L'INSUGHERATA (O DELLLE ROBIGALIA)           
di Nando Maurelli


Siamo intorno alla seconda metà del XIX secolo e i confini che lo storico dell'Agro Romano A, Nibby (1) dà del fondo dell'Insugherata sono quelli di S. Agata, Marmo (Casal del Marmo) acquatraversa, Sepoltura di Nerone, Monte Arsiccio; toponimi noti e tuttora in uso nelle carte topografiche. La loro origine risale a tempi antichissimi; ciò sta a testimoniare la presenza degli uomini che in queste terre hanno vissuto e lavorato.
    I boschi dell'insugherata, come s'è visto nel capitolo primo, sono antichi quanto noti, in quanto sono ricordati nei racconti fondativi della città di Roma. La silva Arsia o un bosco prossimo ad essa era il luogo nel quale si venerava la dea Robigo i cui riti erano talmente importanti e sentiti da essere trasmessi e passare nella religiosità cristiana.
    Nel calendario Esquilino, Ceretano, Maffeiano e Prenistino le Robigalia, feste celebrate in onore della dea o del dio della ruggine si tenevano intorno al 25 aprile, ma solo i Fasti Prenestini ci dicono dove avvenissero le cerimonie: il luogo si trovava al quinto miglio della via Claudia e vi partecipavano uomini e ragazzi che sfilavano in processione preceduti dal flamen Quirino. La via Claudia, come è noto, partiva insieme alla Cassia da ponte Milvio sulla sua sinistra per un certo tratto per dipartirsi da questa e attraversarei territori che ancora oggi percorre. I romanisti che si occupano di storia del territorio della Campagna Romana non esitano dunque a situare questo luogo nel comprensorio dell'Insugherata. Il quinto miglio dovrebbe essere dunque sulla sinistra della via Cassia all'altezza del ponte dell'Acqua Traversa. Qui doveva esserci un teempio o un'ara dove i celebranti si fermavano per immolare alla divinità un cane ed una pecora.
    Gli antichi avevano non poco rispetto e timore per questa divinità, da essa dipendeva infatti l'abbondanza delle messi di tutti i cereali. La ruggine, malattia terribile che prendeva i germogli provocava non pochi danni alla economia agricola e i Romani presero per questa calamità le più grandi precauzioni. Per essi la Ruggine divenne una divinità temutissima che andava onorata i invocata con riti e sacrifici di animali e quando la primavera portava i germogli del grano i contadini nel giorno indicato  dai calendari si recavano sui luoghi di culto per chiedere alla Ruggine di stare lontano dalle loro messi.

    Varrone nel De Lingua Latina (VI, 16) e nel De Re Rustica (I, I, 6) annovera le Robigalia tra le feste solenni (quelle importanti celebrate da sacerdoti pubblici); ricorda che venivano celebrate lungo i campi coltivati e chedopo Robigo, il 26 aprile, veniva onorata Flora con le Feriae Florealia affinché  proteggesse gli alberi dalle malattie.
    Aulo Gellio nelle sue Notti Attiche (V, 12) annovera Robigo tra le divinità capaci di nuocere e che pertanto vanno scongiurate.
    L'autore latino che ci fornisce maggiori informazioni sulle Robigalia è il poeta Ovidio  nel libro IV (vv. 901-941). Egli immagina di venire da Nomento e di incontrare una processione di contadini vestiti di bianco e preceduti da un sacerdote; avvicinandosi ai celebranti chiede informazioni e il Flamen Quirinalis si diffonde a dare ragione di questa processione. La divinità tiene nelle sue mani le sorti degli agricoltori, va dunque propiziata con l'offerta di viscere di animali.
    Nelle sue invocazioni il sacerdote chiede alla dea di tenersi lontana dalle messi che stanno per maturare e le chiede pertanto di andare a posarsi sulle armi perché duri la pace; la sua potenza è tale  da poter essere soddisfatta di sé senza doversi mostrare.
    Il poeta assiste al sacrificio del cane e della pecora e l'offerta delle viscere alla dea. Gli animali sacrificati hanno una loro ragione; la pecora si nutre delle erbe e costituisce per il contadino una ricchezza, il cane invece ha la funzione di ricordare che la costellazione del Cane (Sirio) è quella che domina la stagione estiva che può portare siccità, influenzando il raccolto, e i grandi ardori del sole in estate; infatti in base ai calcoli del flamen, alle Robigalia si succedevano le Sacra Canaria, riti propiziatori della costellazione di Sirio, che si svolgevano in campagna a partire però dalla città; dalla Porta Canaria usciva il giorno stabilito la processione che si recava sul luogo del culto che noi non conosciamo.
    Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (L VIII, 14) nel dare ragione delle feste e dei riti legati ai cicli delle colture , dice che gli uomini primitivi inventarono divinità protettrici e divinità il cui potere influiva sulla crescita delle piante; tra queste ultime pone Robigo la cui festa si celebra il settimo giorno dalle Kalende di maggio, così come insegna Varrone nelle sue Antiquitates (Reum Divinarum LXIX).           

    Nel 799 Leone III mentre celebrava la Litania Maggiore, fu assalito dai suoi nemici e costretto a fuggire presso Carlo Magno, dopo una dura prigionia e una fuga da Roma; ora questa processione si celebrava proprio lo stesso giorno in cui si svolgevano le Roobigalia; mentre le Robigalia partivano dalla porta Flaminia e si portava a ponte Milvio, per inoltrarsi poi nella Campagna, la letania maggiore aveva lo scopo di chiedere al buon dio di salvare i prodotti della terra dal gelo e dalla grandine fuori stagione, la processione partiva invece da s. Lorenzo in Lucina, faceva una stazione nella chiesa di s. Valentino, un'altra a ponte Milvio e una terza presso una croce la cui ubicazione rimane ignota, quindi si recava in s. pietro e nella basilica si celebrava la messa (Muratori; Lit. Rom. Vetus.; t. III, p. 80). (03)

    La più antica testimonianza relativa al nome del nostro fondo risale agli inizi del IV secolo della nostra era e ce la fornisce Anastasio Bibliotecario (2) nel narrare la vita di papa Silvestro I (31 genn. 314 - 31 dic. 337). Sotto il suo pontificato e grazie alla munificenza dell'imperatore Costantino furono costruite a Roma e nella sua Campagna numerose basiliche; naturalmente ognuna di esse, per il suo mantenimento, veniva dotata di un patrimonio che, il più delle volte, consisteva in terreni. Nell'elenco dei beni destinati alla chiesa di Ostia dedicata ai santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista c'è il "fundus Surorum", che senza dubbio è da identificare col fundus Suberum (o suberorum ovvero delle sughere), perché si trova lungo la via Clodia, la quale aveva lo stesso percorso della via Cassia e perché era nel territorio veientano.
    Il nome deriva dunque dalla presenza di boschi di sughere a quei tempi assai numerose, fin quando un brutto incendio non distrusse tutto, lasciando a testimonianza di questo evento ad una tenuta confinante il nome di Monte Arsiccio.
    Il fondo, dopo tanto tempo, si trova nuovamente nominato in una Bolla di papa Leone IV(10 Apr. 847 - 17 Lug. 855) dell'anno 854; qui però la tenuta risulta appartenere alla dotazione del monastero di S. Lorenzo in Palatino annesso alla stessa Basilica Vaticana. Non si tratta più di un  fundus, bensì di un casale il cui nome è "Subereta", che in quell'anno, in virtù di quella Bolla, finisce nelle proprietà di S. Pietro; probabilmente la basilica aveva incamerato i beni del monastero che era stato soppresso.
    G. Tomassetti (3) nella sua opera sulla Campagna Romana cita una fonte risalente all'anno 998, la Cronaca di suor Orsola trovata nella biblioteca Vaticana dove si parla dell'insugherata in questi termini: "casale qui dicitur s. Laurentio subereta, que vulgo Monte Malo dicitur foris portam b. Petri Apostoli cum terris,  campis...". Non è un bel latino quello di suor Orsola, ma pare di capire che la tenuta appartenga ancora al monastero di s. Lorenzo, a meno che questo santo non sia rimasto appiccicato al nome del casale per qualche tempo o per identificarlo meglio. Da questo breve frammento risulta anche che verso il mille il territorio compreso tra Cassia e Boccea veniva chiamato col nome di Monte Malo.
    Nel 1053 in una Bolla di leone IX l'Insugherata viene ancora citata come appartenente alla basilica Vaticana. La tenuta dopo l'incendio deve essere stata messa a coltura e devono esserci stati diversi appezzamenti e diversi casali che il Capitolo Vaticano dava in affitto.
    Sotto Innocenzo III (22 febbr. 1198 - 16 lug. 1216) gran parte del territorio della Suvereta passa all'ospedale di Santo Spirito in Sassia. Il Xiii secolo vede l'Insugherata animarsi di gente , di contadini e proprietari attivi in scambi di beni e assai produttivi; queste terre sembrano essere fertili, piene di vigneti e oliveti, mentre nei fondo valle prosperano gli orti.
    Ci sono diversi proprietari oltre al Santo Spirito; alcune terre appartengono a S. Maria in Trastevere, altre ai privati.
    E' sempre il Tomassetti a guidarci in questa storia (4); egli ci fornisce una buona guida per orientarci nella ricerca delle fonti.
    Nel 1290 un tale Simeone, figlio di Franco muratore, vende la metà di un terreno con vigna a Finiguerra di Filippo, un terreno che si trova in un luogo "qui dicitur Suveretum". Nell'anno successivo viene registrata un'altra vendita: un tale che abita a s. Pietro, Filippo di Tebaldo vende una tenuta con terre e vigne situata sempre nel "Siveretum". Sia l'uno che l'altro contratto vengono dagli archivi della chiesa di s. Maria in Trastevere.
    Sempre in documenti del XIII secolo si trovano tracce di casali sparsi su tutta l'Insugherata; Tanto per citarne alcuni, c'è un casaletto di Francesco de Ture de Tartaris che confinava con Acquatraversa; questo ci viene da un documento dell'archivio del Santo Spirito dove sono riportati altri casali,  quello di Andrea Boccamazzi; o ancora quello di Pietro di Paolo di Enrico.
    Datato 25 giugno 1374 (siamo nel periodo in cui i papi si trovano ad Avignone) nell'archivio di s. Angelo in Pescheria (5) c'è un documento che parla di un terreno situato "extra porta Castelli in loco qui dicitur Suverata, in proprietate basilicae Principis Apostolorum" a proposito di una dote: un certo Nicolò Angelini, tra le altre cose, diede a Lello di nicolò quel terreno che aveva affittato probabilmente dal Capitolo di S, Pietro, come garanzia che avrebbe dato la dote alla figlia del detto Lello per poterla sposare. Si tratta dunque di gente che abita e lavora su queste terre.
    Ancora più interessante sembra il documento del 13 novembre del 1429 che testimonia la richiesta a favore di un proprietario, Lello Trecta, di una recognitio (perizia, sopralluogo) di due vigne situate in !"loco qui dicitur Suvereta", per stabilirne con esattezza i confini; i due terreni confinavano con la strada pubblica (probabilmente la via Trionfale), con le terre degli eredi di Giovanni Bartolini e quelle della chiesa di s. Maria in Vallicella. La ragione di tale recognitio sta nel fatto che Lello aveva regalato le due vigne a Paolo Spagnolo quattro mesi prima? O perché i vicini si erano lagnati di qualche sopruso?
    Il vaglio dei molti documenti concernenti questo fondo arricchirebbero ancora di più la storia di questo territorio e ci farebbero vivere più da vicino le vicende di chi ha vissuto su queste terre.
    Nella carta di Eufrosino della Volpaia del 1547 edita da Th. Ashby (6) l'"Inzuccherata" compare a destra della via Trionfale dopo la Croce di Monte Mario, alle spalle della tenuta di Tre Capanne, forse l'attuale Monte Mario Alto,  e s. Andrea, e si presenta circondata da boschi e sono riconoscibili le linee che a mio avviso sono delle vigne. Certamente la fertilità di questa tenuta veniva proprio dal fatto di avere dei boschi che impedivano il progressivo impoverimento del terreno. La parte più coltivata sembra quella a Nord denominata Torricella i cui ruderi sono stati visti da Th. Ashby (7) nelle sue ricognizioni.
    Il primo settembre del 1566 viene imposta una tassa a tutti i casali che si servono della strada che passa per S. Maria del Riposo e, fatto curioso, vengono tassate alcune tenute che si trovano sulla Via Trionfale. Il casale dell'Inzuccherata, che si dice appartenere al Santo Spirito paga una tassa per 130 rubbi di terra; probabilmente i proprietari lontani non pagavano per la totalità dei rubbi posseduti, ma solo in una misura proporzionale alla distanza delle loro terre, infatti sempre in G. Tomassetti (8) si trova che nel 1570 il Santo Spirito affittava i suoi 361 rubbi per 350 scudi l'anno.
    Tra il 1588 e il 1596 nell'elenco dei casali della Campagna Romana compilato da Remzi e Bardi (9) viene citato il casale dell'Insugherata appartenente all'ospedale con 250 rubbi di terra.
    Nei primi anni del 600 a parlare del casale è il Libro dei Casali compilato da un anonimo imprenditore tra il 1600 e il 1615. La tenuta è di 165 rubbi dei quali è possibile metterne 14 a prato; nel 1602 il Santo Spirito lo affittò a Raffaele di Monte Lione per oltre 500 scudi all'anno e per 9 anni, ma questi "dopo che per il primo anno cavò cento scudi dalla Fascinaccia che tagliò nel casale, e tutto lo diede a lavorare" (10).
    Chi curava le altre terre della tenuta? Direttamente lo stesso Ospedale? Oppure le terre coltivabili erano diminuite perché divenute sodi? Il periodo della massima espansione economica determinata dall'impresa agricola stava per finire a Roma e forse la nostra tenuta era già in declino e in preda al bosco. Infatti, l'affittuario solo con il taglio della legna vi aveva fatto un quinto del fitto; segno evidente che stava per cominciare uno sfruttamento estensivo e non intensivo delle terre.
    Il fondo rimase al Santo Spirito fin quando questo non passò tutti i suoi beni agli Ospedali Riuniti e questi, quando si sciolsero, al Ministerodellla Sanità.
    Durante il primo conflitto mondiale l'Insugherata subì un grave colpo per il taglio del legname; così là dove fino a quel tempo si cacciava ancora il cinghiale, iniziò un periodo di decadimento. L'appartenenza del fondo ad un ente pubblico l'ha tuttavia salvaguardata da frammentazione, dall'abusivismo e dalla speculazione fondiaria; gli affittuari dal Pio Ospedale passarono sotto la giurisdizione del Comune di Roma che stipulava contratti e percepiva gli affitti.
Attualmente la ASL RME proprietaria del fondo cerca di recuperare gli affitti e mettere a rendita le terre, che sono diventate Riserva Naturale e uno dei 13 parchi dell'Area Metropolitana.
Pare tuttavia che in questi luoghi il tempo non sia passato, perché nonostante tanti cambiamenti gli affittuari continuano a recintare i loro fondi, impedendo agli animali gli attraversamenti e alle persone di visitare la Riserva, ma quel che è peggio, nell'Insugherata pascolano maiali e pecore, che hanno messo in serio pericolo i. boschi


 


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(1) A. Nibby; Analisi storico-topografico-antiquaria della carta dei dintorni di Roma, Roma 1848, vol. II, p. 156.
(2) Anastasius Bibliothecarius; Vita di papa Silvestro I
(3) G. Tomassetti; La Campagna Romana antica, mediovale e moderna, Nuova Edizione Roma 1973, vol.IV, p 39.
(4) ibidem; p.40.
(5) Ibidem; p. 40.
(6) Th. Ashby; Eufrosino della Volpaia, ed: Danesi, Roma 1914.
(7) Ibidem; p. 65.
(8) G. Tomassetti; op. cit. p. 40, nota b.
(9) J. Coste; I Casali della Campagna Romana nella seconda met... del '500; in Arch. Soc. Rom. di St. Patria, XCIV 1973.
(10) J. Coste; I Casali della Campagna Romana all'inizio del '600, in Arch. Soc. Rom. di St. Patria, XCII 1969.

                Nando Maurelli

 

GLI ACQUEDOTTI A ROMA

 

  Prima di parlare degli acquedotti del territorio di Nord-Ovest  di Roma, anzi degli unici due acquedotti antichi che portavano acqua dalle terre della riva destra del Tevere, diciamo qualcosa di questo bene prezioso che gli antichi Romani avevano con tanta profusione distribuito in tutta la città.

Nel I secolo a. C. le fontane a Roma erano 591; nel IV secolo si erano quasi triplicate diventando 1392; in questo periodo erano ben 19  gli acquedotti, ridotti, al tempo della guerra gotica (534-553) narrata da Procopio di Cesarea, a 14 (1).

 

  Il servizio delle acque era particolarmente rigoroso ed efficace già al tempo di Augusto; questi nominò una commissione (come si fa oggi) per dare un assetto organico al settore. La responsabilità l'aveva colui che si occupava anche della distribuzione dei viveri ai poveri; questo assessore, se così si può dire, al tecnologico si diceva "consularius aquarum" o "curator aquarum". Questi sotto la diretta  dipendenza del prefetto della città si occupava del servizio generale delle acque, mentre un "comes Formarum (degli acquedotti)" era responsabile delle strutture, ovvero di tutte le condotte. Nel Basso Impero, il titolo onorifico che li distingueva era dei più alti, questi amministratori erano degli "spectabiles". I due personaggi avevano alle loro dipendenze molti operai ed impiegati; in particolare gli operai erano dislocati in loco, cioè abitavano ovunque passavano le condotte, almeno così dice Frontino che ci ha lasciato un'opera assai dettagliata     sulle acque e sugli acquedotti a Roma e morto intorno all'anno 100.

  In questo modo gli interventi per piccoli guasti e per la manutenzione ordinaria erano immediati e costante il controllo sulla erogazione di questo bene primario. Gli "Acquarii" e i "Fontanii" costituivano un collegio funerario, una corporazione solidale nelle necessità materiali e in quelle religiose.

  Ci risulta che alla fine del I secolo Roma avesse 240 addetti al servizio delle acque: custodi, sorveglianti di cisterne dell'acqua, ispettori, stuccatori, pavimentatori e operai generici. Questo personale veniva pagato dall'erario con le imposte che venivano proprio dalle "bollette" degli utenti.

  Tutta questa gente, per lo più schiavi e liberti, lavorava sulle condotte, sulle cisterne e sulle fontane pubbliche "publici salientes" e un senatoconsulto dell'11 a. C. ordinò che il numero delle fontane  a Roma non dovesse né aumentare né dinmiinuire e che per servire gli utenti le fontane dovevano buttare acqua notte e giorno.

  Sempre sotto Augusto vennero fissate le modalità per avere acqua in casa; venne soprattutto stabilita la misura dei tubi, ma la legge più interessante fu quella che cercò di impedire alle costruzioni private e pubbliche di sorgere sopra gli acquedotti; Frontino invece riporta per intero la legge del 9 a. C. che impediva ai privati di nuocere alle strutture pubbliche per il buon funzionamento dei servizi.

  Augusto organizzò anche il servizio antincendio creando un corpo di "vigiles" che dovevano correre tutte le volte che scoppiava un incendio (e a Roma, come in tutti i centri abitati, non era raro). I pompieri erano divisi in sette coorti variamente dislocate per un numero complessivo di 7.000 vigiles.

  Le fontane pubbliche assicuravano l'acqua per lo spegnimento dei fuochi; se si fa una media delle  591 fobtane censite da Frontino alla fine del I secolo, ognuna versava giornalmente 94 metri cubi di acqua.

Questa quantità dovette aiutare non poco Roma ad evitare catastrofi come quella del 64 sotto Nerone, visto che gli incendi erano all'ordine del giorno, sia per la densità di popolazione sia per il largo uso del legno che si faceva nelle costruzioni. Si ricorda che il fuoco più che essere spento veniva abitualmente isolato creando davanti il vuoto, ovvero abbattendo gli edifici a cui si sarebbe potuto attaccare.

  A Roma erano numerose anche le cisterne, ogni acquedotto ne aveva diverse e nel I secolo se ne contavano 247. L'acqua erogata in questo periodo costituiva un vero e proprio fiume; stando alle cifre di Frontino i principali 19 acquedotti versavano 992.200 metri cubi di acqua al giorno e in media ogni abitante ne aveva dai 600 ai 900 litri al giorno, più di quanto i romani non ne abbiano mai avuta.

  Questo fiume serviva in primo luogo le case imperiali, i loro annessi, le loro aziende; in secondo luogo serviva iservizi pubblici, le terme, gli uffici, gli anfiteatri, le fontane ornamentali e quelle pubbliche e, da ultimo, i privati, questi potevano però avere in casa solo il sovrappiù e solo dopo avere ottenuto una concessione da parte dell'imperatore. Chi abitava vicino alle condotte e agli acquedotti, sempre grazie ad una concessione poteva attingere acqua in queste; dunque, se l'acqua che andava alla città era un fiume, quella sovrabbondante era pure moltissima, perché, sempre secondo Frontino, rendeva 20.000 sesterzi l'anno. Naturalmente anche allora c'erano raccomandati di ferro e alcune concessioni imperiali erano a titolo gratuito.

  L'acqua correva abbondante anche nelle latrine che a Roma erano tante e di lusso, perché accoglienti, pulite e persino riscaldate in inverno; nel IV secolo se ne contavano 144 in tutta la città, circa 10 per Regione, molte di più ce n'erano nei quartieri popolosi, visto che le case dei poveri erano sprovviste di bagni.

  Nel II secolo furono costruite "latrinae" o "necessaria" anche lungo le mura e di queste se ne contavano circa 120; addirittura al tempo in cui L. Homo (2) scriveva la suo opera (p. 305) ce n'era ancora una, egli dice, a est della porta Salaria.

  Si deve soprattutto a questo bene la salubrità di Roma, perché tenuta pulita da acque correnti in tutti i quartieri; c'erano riserve di acqua per bere, per pulire e per spegnere incendi  ovunque, specie nelle "insulae" abitate assai densamente da gente comune. Il sistema fognario raccoglieva ogni sporcizia in ogni angolo della città e la riversava a fiume; forse il sistema non era così ingegnoso come quello in funzione a Parigi, ma Roma doveva essere, per una città del tempo, molto pulita.

  Il gran numero di fontane doveva abbellire la città insieme ai giardini, ai templi, alle statue e agli edifici pubblici e ci risulta che il tessuto urbano fosse omogeneamente adorno ovunque si estendesse la città, diversamente da quanto accade oggi ; la periferia, infatti, non è che un coacervo di case e di strade, senza alcun disegno e totalmente priva di servizi e di un arredo urbano.

  L'amministrazione romana che si occupava delle acque, come s'è visto,  era complessa e particolarmente scrupolosa nell'approvvigionamento e nella distribuzione, anche quando, prese a scemare la popolazione e Roma perse il suo primato di capitale dell'impero. Nella seconda metà del IV secolo questo grande patrimonio di condotte prese a deteriorarsi irrimediabilmente, ma la guerra dei Bizantini contro gli Ostrogoti portò tutte le città italiche e le campagne a un tale decadimento economico, demografico e civile da non consentire più che qualche vreve, isolato e limitatissimo recupero di strutture   urbanistiche.

  Durante gli assedi, per stanare gli abitanti dalla città si impedivache  i rifornimenti delle derrate alimentari arrivassero agli assediati, quindi si tagliavano gli acquedotti subito prima delle mura, quando addirittura non si distruggevano completamente. Le piccole città, private di acqua, erano subito espugnate, Roma al contrario, per avere entro le sue stesse mura alcune sorgenti, riusciva a resistere indefinitamente.

  L'imperatore Costantino (307- 337) nel 315 dette un nuovo regolamento all'intero settore che si occupava delle acque: intanto obbligò tutto il personale a rimanere legato al proprio lavoro per tutta la vita 

ma a partire dal 330 a Roma ci fu un solo responsabile per le acque e per il funzionamento degli acquedotti sotto la diretta dipendenza dell'imperatore. Per quanto fosse ancora grande la cura delle acque, Roma nel perdere abiitanti lasciava i suoi monumenti andare in rovina o degradarsi, probabilmente perché non servivano più un quartiere ormai semideserto o quella parte andata in rovina per un incendio e disabitata.

 

(1) Procopio di Cesarea; La guerra dei Goti; ed Newton Compton. Roma 1974.

(2) Léon Homo; Rome impériale et l'hurbanisme dans l'antiquité; éd. Albin Michel, Paris 1971.

 

L'ACQUEDOTTO TRAIANO-PAOLO

 

E' facile seguire il percorso di questa opera , perché  segnalata dai suoi sfiatatoi, piccole torri in mattoni o pietre che finiscono direttamente nel condotto ad una profondità- che varia da 1 a 9 metri.

Questa Aqua fu realizzata dall'imperatore Traiano (27 genn. 98 - 11 ag. 117); con lui la città di Roma ebbe un grande sviluppo urbanistico; è a lui che si deve il Circo Massimo che, nel suo genere, costituisce l'equivalente del Colosseo costruito precedentemente da Vespasiano (24 dic. 69 - 23 giu. 79) e Tito morto il 13 ottobre dell'81.

Roma aveva continuato a crescere e ad espandersi sulle colline di Nord-Est e di Nord-Ovest; ecco dunque la ragione per la quale Traiano costruì l'acquedotto: bisognava portare acque potabili in Trastevere, quartiere densamente popolato e pieno di attività artigiane. L'acqua scendeva dal Gianicolo e il dislivello le dava la forza che nel Basso Impero fu sfruttata per muovere le macine dei mulini assai numerosi situati tra ponte Sisto e il colle.

L'acquedotto prende il suo secondo nome da papa Paolo V Borghese che lo restaurò tra il 1612 e il 1620.

Le sue acque vengono da sorgenti situate intorno al lago di Bracciano e quelle che incontra lungo il suo percorso. La sorgente principale "caput aquae" si trova tra Vicarello e Trevignano, sulle falde dei monti Sabatini; in origine evitava accuratamente il lago, le cui acque non erano affatto apprezzate dai Romani, e lo percorreva sul lato orientale.

Paolo V nel restaurarlo attinse invece acqua lacustre poco lontano da Anguillara. L'alveo di questo acquedotto, almeno quello che si conosce, è largo circa 2 metri e alto 1 metro e 50, la parte superiore della volta è a sacco. Nel 1983, quando fu costruita dall'ACEA l'adduttrice Cecchina-Cassio-Ottavia, la Soprintendenza Archeologica ebbe modo di analizzare con cura il materiale dell'area di scavo e di osservare l'acquedotto e il suo stato di conservazione ; in quel punto si sono trovate due condotte (1): una abbandonata e l'altra in funzione; la prima segue una direzione Nord-Sud, la seconda incrocia invece lo sfiatatoio, porta acqua, segue la direzione NE-SO e la sua realizzazione sembra risalire al secolo scorso. L'antico acquedotto Traiano in questo punto non c'è più , ma il nuovo risulta essere stato rifatto con materiali antichi; in quella stessa area sono stati ritrovati basoli della via Trionfale che allora, come oggi, vi passa accanto.

Se in prossimità della grande cisterna dell'ACEA, situata tra Borghetto Trionfale e Montearsiccio,  l"acqua" Traiana non esiste più, a circa un chilometro a monte, dove c'è il sottopasso di via dell'Ipogeo degli Ottavi,  proprio durante i lavori per la sua realizzazione nel 1998, è venuto alla luce un bel tratto di acquedotto a cui né nel '600 né  nell'800 nessuno vi ha messo mano. La Soprintendenza Archeologica ha potuto così ispezionare il condotto di epoca romana rimasto intatto e funzionante ancora. Dunque c'è da ritenere che i restauri siano stati fatti solo là dove ce n'era bisogno e che parti di questa via d'acqua funzionino da quasi 2.000 anni.

Dopo aver preso altra acqua dalle sorgenti di Sogrottone e Cannettaccio, tra il lago di Bracciano e Trevignano, l'acquedotto arriva alle sorgenti dell'acqua Claudia presso la stazione di Anguillara; di qui segue costantemente la ferrovia fino a La Storta, quindi prende la via Cassia fino alla Trionfale; e, postosi alla sua sinistra la segue fino all'incrocio con la via Pineta Sacchetti. Giunto nei pressi della Madonna del Riposo prende via di Casal di S.Pio V e corre alla sua sinistra e giunto all'Aurelia, esce in superficie fino a Porta San Pancrazio dove alimenta il fontanone del Gianicolo e da ultimo le fontane di S. Pietro.

Nel 537, durante la guerra tra Bizantini e Goti (2) Procopio di Cesarea racconta che Vitige per indurre l'esercito di Belisario ad arrendersi, tagliò  tutti gli acquedotti compreso il nostro; il generale di Giustiniano non accusò il colpo grazie alle grandi risorse idriche della Città; tuttavia l’interruzione dell'Acqua Traiana, poiché, scendendo dall'alto e in grande quantità, muoveva in Trastevere i mulini che macinavano granaglie, arrecò gravi danni ai quali bisognava sopperire in qualche modo. Allora per ovviare a questo inconveniente Belisario ancorò con catene due grandi zattere sul Tevere e tra le due fece porre delle macine che la corrente del fiume metteva in funzione. L'espediente funzionò fin quando Vitige non riuscì a distruggerlo mandandovi contro tronchi d'alberi e rami. Da questo brano risulta evidente che il territorio dell'Ager Vaticanus e quello intorno alla basilica dell'apostolo non era circondato da mura, le quali partivano da porta Aurelia (la porta Settimiana) e salendo fino a porta S. Pancrazio arrivavano fino a Porta Portese. Pur densamente urbanizzato l'Agro Vaticano che si estendeva da ponte Milvio  fino ai piedi del Gianicolo non era fortificato.

Il Liber Pontificalis nella vita di Adriano I (9 febb. 772 - 25 dic. 795) documenta il rifacimento dell'acquedotto che allora veniva chiamato Aqua Sabbatina; il Liber si sofferma in particolari: "...restaurò, nel corso di un intero ventennio, l'acquedotto che viene chiamato Sabatino, poiché era in pessime condizioni, attraverso il quale correva l'acqua nel cortile della chiesa del Beato Pietro apostolo, come pure nelle terme poste vicino alla chiesa, dove... i poveri, che venivano a chiedere l'elemosina durante le festività pasquali, erano soliti lavarsi, e per la quale parecchi mulini sul Gianicolo macinavano, acqua che da quel condotto non arrivava più    nel cortile del Beato Pietro né alla città...". Il Liber continua ancora per dire che  il papa lo rifece per intero, sostituendo il piombo che mancava e ricostruendo dalle fondamenta gli archi che lo sostenevano , perché, a detta del cronista, l'acqua non arrivava proprio più.  Questa testimonianza   è significativa di una rinascita di Roma in questo periodo, vista la grande attività di rinnovamento e vista la sottolineatura che il Liber fa della manodopera occupata per l'enorme quantità di lavori pubblici messi in cantiere. L’acquedotto doveva servire altresì i fondi della Campagna che attraversava, una Campagna sulla quale era sorta, per opera dello stesso papa una delle quattro domuscultae da lui fondate, quella di Galeria che, se è da situare nell’antica Careia, l’"acqua Sabatina" vi passava vicino.

  A distanza di meno di cento anni papa Gregorio IV (827- 844) dovette nuovamente intervenire, perché non arrivava più acqua per muovere le macine del Gianicolo; i danni dovevano probabilmente essere stati provocati dal terremoto dell'801 che aveva demolito a Roma non pochi edifici; "poiché non esistevano più luoghi dove macinare granaglie per nutrire la città, per divino consiglio  ritenne necessario che l'acquedotto detto Sabatino, già da parecchi anni interrotto e in rovina, esaminato attentamente il suo stato, così com'era in tempi antichi,  provvido Papa si mise di nuovo a ricostruirlo e restaurarlo. In maniera che alla chiesa del beato apostolo e al Gianicolo   l'acqua corresse abbondante proprio come prima." (Liber Pontif., v. II p. 77)

 

  L'acquedotto Traiano è lungo circa 58 Km, se si considerano anche le condotte provenienti dalle sorgenti e la sua portata nell'antichità era di 2848 quinarie pari a 1367 litri al secondo (3).

Sarebbe lungo dire da quante sorgenti viene l'acqua Traiana; a partire dal '600 infatti ci furono diversi interventi e non ultimo fu quello del 1829 da parte di Leone XII che immise nel condotto acqua probeniente da Trevignano per sopperire alla eccezionale siccità di quegli anni.

In seguito il flusso di quest'acqua venne deviato nel lago di Bracciano.

Ancora nel 1937, al tempo in cui G. Corsetti scriveva la sua opera, l'acquedotto Paolo, come egli lo chiama, aveva una portata di 660 litri al secondo e, fino agli anni '70, vi attinsero acqua le molte tenute agricole della Campagna che attraversava.

 

__________

(1) R. Santolini, S. Mineo; Bollettino Comunale 1984, n. XC, PP. 211 e sgg.

(2) Op. cit. L. I, 19.

(3) G. Corsetti; Acquedotti di Roma; f.lli Palombi Editori, Roma, 1937; pp. 40 e sgg.

 

 

 

ACQUA ALSIETINA

 

 

  Oltre al Traiano-Paolo c'è un più antico acquedotto che corre sotto il nostro territorio (tra XVIII e XIX Municipio); oggi ne rimane solo qualche misero resto: si tratta dell'Alsietino.

Le prime informazioni su questa "aqua" (come si esprimevano i Latini) (1) le abbiamo da Frontino, l'Autore del de aquis Urbis Romae scritto nei primissimi anni del secolo II d. C. (2).

E' grazie a lui che oggi noi abbiamo tante informazioni sugli acquedotti di Roma e sulle opere per l'utilizzo delle acque.

Nel periodo in cui Frontino visse, sulla riva destra del Tevere c'era un solo acquedotto, l'Alsietino (quello di Traiano proveniente da Vicarello a Ovest di Bracciano sarà costruito intorno all'anno 110). Quest'Acqua  è nominata al settimo posto tra le nove che vengono elencate nel capitolo IV del De Aquis, costruita sotto l'imperatore Augusto, per questo fu detta anche Augusta.

Nel capitolo XI l’Autore si sofferma sulle ragioni che hanno portato alla costruzione di questo acquedotto; seguiamolo nel testo. "quale ragione abbia indotto Augusto, principe assai munifico, a costruire l'Alsietina, che appunto si chiama Augusta, non mi è molto chiara, priva di bellezza, persino poco potabile e perciò mai fatta correre per un uso pubblico; per non togliere nulla ad acque più salubri, dovendola probabilmente far entrare in una Naumachia, la fece arrivare proprio per questa sua opera, poi, ciò che prese a sopravanzare alla Naumachia lo destinò ai giardini adiacenti e agli usi dei privati per l'irrigazione".

L'Alsietino, dunque servì a riempire l'invaso che Augusto aveva fatto scavare perché vi si potessero svolgere i grandi giochi delle battaglie navali.

in seguito, al dilettevole, si unì l'utile e da quell'acqua ne trasse giovamento la parte transiberina della città, perché, continua Frontino: "si è  soliti, tutte le volte che vengono riparati i ponti e vengono interrotte le acque sulla riva opposta (la riva sinistra, lasciando senz'acqua Trastevere), prendere quelle (dell'Alsietina) in caso di necessità per alimentare le pubbliche fontane".

L'acqua del nostro acquedotto non è delle migliori perché non è di sorgente, essa viene infatti dal lago Alsietinum (di Martignano).

Frontino è preciso e cerca perfino di ubicarne il punto di partenza, lo pone "sulla via Claudia (l'attuale Braccianese-Claudia) al XIV miglio dal diverticolo a 6500 passi sulla destra" (ibidem).

Il passo può essere interpretato in questo modo: al XIV miglio a partire dal punto in cui la Claudia si separa dalla Cassia, procedendo sulla destra per 6500 passi, c'è il lago di Martignano e la testa dell'acquedotto.

Le sue condutture sono lunghe 22.172 passi, per 358 passi soltanto viaggia sopra degli archi.

Nel capitolo XVIII del De Aquis  l'Alsietina viene ritenuta l'Aqua più bassa di tutte le altre, perché corre sempre sotto terra. Qui forse risiede la ragione del suo rapido decadimento e della sua scomparsa per interramento.

La nostra acqua risulta inoltre, insieme a quella Vergine e all'Appia, non avere né invasi né piscine di decantazione come si dice nel capitolo XXII, pertanto sono ancora minori le strutture murarie che avrebbero potuto segnalarne il tracciato.

Nella sua opera Frontino fa notare che la portata dell'Alsietina non si trova nei registri ufficiali e che per il momento (ai suoi tempi) non può essere stabilita con certezza, poiché "gli Aquarii (gli addetti al funzionamento e alla manutenzione delle opere idriche) avevano mescolato in qualche misura, in una località presso Careiae (l'attuale Galeria) l'acqua proveniente dal lago Alsietinum con quelle del lago Sabatinum (di Bracciano)" (cap. LXXI).

Dunque, i laghi a Nord-Ovest di Roma erano nel I secolo al servizio della città che, sicuramente in espansione, chiedeva più acqua. L'Alsietino però doveva arricchirsi anche con l'Arrone che appunto è un emissario di Bracciano.

Oggi, come allora, Roma ricomincia ad avere bisogno dell'acqua di Bracciano, ma in epoca romana si beveva la non salubre (allora, figuriamoci oggi!) acqua del lago solo in casi di emergenza. Invece, come tutti sanno,Roma già beve l'acqua del Sabatinum. Chissà se i nostri “aquarii” per il loro nuovo acquedotto si sono serviti anche di uno storico e di un archeologo; forse ripristinando il vecchio Traiano-Paolo e riparandolo, avrebbero potuto evitare di costruirne uno nuovo, almeno per servire gli orti e i giardini.

L'imperatore Traiano (27 genn. 98 - 11 ag. 117) nel costruire, come si è detto, il suo acquedotto per portare l'acqua a Trastevere, prese il via dalle sorgenti di Vicarello, da quegli stessi luoghi, ricchi di falde acquifere, dove qualche tempo fa si voleva far sorgere un insediamento di oltre 250 ville (la delibera approvata dal Comune di Bracciano per fortuna è stata poi bocciata dalla Regione Lazio).

Così, invece di curare l'antica acqua di Traiano, detta Paola, per far arrivare la buona acqua sorgiva a Roma, si stava cercando di urbanizzare tutta la zona di Vicarello in maniera da compromettere per sempre le falde sottostanti e inquinare il lago da cui non si sarebbe più potuto bere l'acqua che, per quanto insalubre, in qualche modo sopperisce alle attuali carenze.

Ma torniamo alla nostra antica Alsietina; Frontino ne misura il regime stabilendo una portata pari a 392 Quinariae (una quinaria pare corrisponda a 40,6 mc. ogni 24 ore), pertanto passavano nelle sue condotte 15.912 metri cubi al giorno.

Il capitolo LXXI del De Aquis è importante per la storia del nostro territorio perché per la prima volta compare il nome di Careiae (Galeria) e ci pare di avvertire che il Nord-Ovest di Roma subisse un incremento di popolazione; nel capitolo LXXXV Frontino diice che le 392 quinarie sono tutte consumate fuori della città; insomma quando non c'erano battaglie navali nella Naumachia di Augusto o altrove l'acqua se ne andava per l'irrigazione dei campi o nei centri industriali, oppure negli orti e nei giardini.

La grande quantità d'acqua consumata poi in "nomine Caesaris", cioè per i palazzi e per le proprietà dell'imperatore, ci fa supporre che la famiglia degli Ottavi, o dei liberti di questa, quella di Cesare Ottaviano Augusto, avessero qui qualche proprietà di grandi proporzioni; forse a Ottavia?

Nella XIX Circoscrizione c'è una testimonianza del passaggio della nostra Acqua, si tratta di una lastra di marmo con una scritta riportata nel C.I.L. col numero 31556-VI; il ritrovamento è avvenuto presso il casale di Galeria; si tratta di una concessione a privati delle acque che fuoriuscivano dalle condotte, e la cui distribuzione era limitata a certe ore, segno questo che vi erano più beneficiari del sovrappiù; ma ecco nei particolari la scheda dello scopritore della lapide e la traduzione che noi diamo del testo: Frammento di una grande lapide in travertino trovato vicino al Casale di Galeria sulla via Claudia, a 15 miglia da porta del popolo:

“L'imperatore Cesare Augusto pontefice massimo aumentò la condotta dell'acqua alsietina che giungeva al bosco dei Cesari destinata ai Menti con un flusso, affinché a quelli che se la contendevano e la prendevano presso il rubinetto, fluisse acqua continuamente”

 (3).

Il percorso dell'Alsietino tra Martignano e il Gianicolo non è noto; tratti importanti sono stati invece rinvenuti entro le mura dell'antica città e precisamente presso l'Accademia Americana a 71 m. sul livello del mare, in prossimità della Naumachia che doveva servire, situata nelle vicinanze di S. Cosimato (4). A proposito di questa ecco la testimonianza di Svetonio (5): "(costruì) presso il Tevere, dopo aver fatto uno scavo nel terreno ove ora c'è il Bosco dei Cesari, una Battaglia Navale".  L'acqua di Martignano e quella successiva di Bracciano dall'Accademia Americana dove erano appaiate dovevano fare un gran salto e dovevano costituire un vero fiume.

Il probabile percorso, dopo Galeria, doveva essere s. Nicola, Porcareccia, Maianella e villa Panphyli.

La nostra Acqua non ebbe la fortuna della sua vicina Traiana, c'era sicuramente ancora nel VI secolo perché ne fa menzione Procopio (6), ma poi il suo condotto degradò. Nell'Alto Medioevo, col diminuire della popolazione l'acqua Traiana fu più che sufficiente sia per Trastevere e il Vaticano che per le campagne del Nord-Ovest di Roma (7).

 

 

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(1) Su questa Aqua vedere: AAVV;  Bollettino Comunale, LXXXIX, 1984, pag.203.

(2) Vedi i capp. IV, XI, XVIII, XXII,XXV, VXXI LXXXV. Sesto Giulio Frontino, di nobile famiglia romana, visse nel I secolo dopo Cristo e, morto forse intorno agli anni 103-104, percorse con un certo successo il Cursus Honorum fino a diventare console per la terza volta nel 100 e persino proconsole in Britannia.

Tornato a Roma, negli ultimi anni della sua vita ricoprìŹ una carica di grande prestigio e di grande importanza: fu Curator aquarum della città

(3) S. Mineo e R. Santolini; Bollettino Comunale XCI; CIL, VI, 31556 (= XI  3772 (=Dessau 796)

(4) Bollettino Comunale, CIV 1928, A. W. Van Buren e G. P. Stevens; L'Acqua Alsietina e la naumachia di Augusto, pp. 245 e sgg.

(5) Svetonio; Augusto, XLIII.

(6) Procopio di Cesarea; La guerra gotica; ed. TEA, Roma 1998, L. I, 19.

(7) Su questa Acqua vedere anche Thomas Ashby; Gli Acquedotti dell'antica Roma; ed. Quasar, Roma 1990, pp.213 e sgg.; (prima ed. in inglese 1935).


 

Le schede

I Robigalia

Un bosco sacro all'Insugherata: oggi come alloraIn epoca romana, in un bosco sacro all'altezza del quinto miglio della Via Clodia - zona che oggi conosciamo come Tomba di Nerone - cresceva un bosco sacro alla dea Robigo, la divinità che proteggeva le coltivazioni dalla Ruggine del grano. Ogni venticinque aprile si celebravano I Robigalia: un corteo di fedeli, guidato dal Flamen quirinalis, si recava presso il bosco sacro; il Flamen sacrificava una pecora e una cagna fulva - color della ruggine -, offrendone le viscere alla dea. Dopo la cerimonia giovani e anziani festeggiavano con banchetti, giochi, gare e divertimenti. Nel quarto secolo, la festa si trasmise ai cristiani; la processione pregava per la protezione di Dio e per la protezione delle messi. Cambiava però strada a Ponte Milvio, dirigendosi verso la Basilica di San Pietro.








Cenni storici

Tomba di Nerone: il monumento funerario
a Publio Vibio Mariano

Una Riserva Naturale non è solo un luogo per tutelare e far conoscere la flora e la fauna di un luogo. Non esiste solo l’evoluzione geologica, morfologica e biologica, ma anche quella culturale. Una Riserva Naturale può preservare in toto il valore di un'area, comprese le sue memorie, la sua storia e la sua cultura.
L'Insugherata e le aree limitrofe conservano tracce e memorie delle vicende di vita comune e di vita pubblica, che hanno attraversato più di duemila anni. Le prime testimonianze sono del I secolo. Si attraversa la storia romana e la storia etrusca, la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi, in una sequenza di eventi più o meno documentati che arrivano fino ai giorni nostri.

Mentre vi addentrate per i sentieri della Riserva, vi invitiamo a guardarvi intorno con occhio curioso, pronto a scoprire ogni indizio di vita - qualsiasi forma di vita - presente e passata. Lasciando anche spazio all'immaginazione per tornare indietro nel tempo. E vi diamo alcuni indizi, che servano solo come spunto.

Oggi la conosciamo come Insugherata. Nel passato fu Fundus surorum, Subereta, Suveretum, poi Inzuccherata o Inzuccarata; il riferimento ai boschi di Quercia da sughero è costante.

Titio Livio racconta che nel 211 a.C. Annibale si accampò presso il torrente Tutia, che secondo il Nibby sarebbe il Fosso dell'Acqua Traversa: quello che oggi segna l'asse principale della Riserva Naturale.
In epoca romana, in un bosco sacro all'altezza del quinto miglio della Via Clodia - corrispondente alla zona che oggi conosciamo come Tomba di Nerone - sorgeva un tempio dedicato alla dea Robigo, protettrice delle coltivazioni dalla Ruggine del grano. Ogni venticinque aprile si celebravano i Robigalia con un corteo di fedeli guidato dal Flamen quirinalis. Presso il tempio avveniva il sacrificio di una cagna fulva - color della ruggine - e di una pecora. La festa si trasmise ai cristiani diventando una solenne processione purificatrice.
Nella zona dell'Acqua Traversa, sorgeva la Villa di Lucio Vero, figlio adottivo dell'imperatore Antonino Pio, imperatore assieme a Marco Aurelio nella prima diarchia della storia di Roma (161-169 d.C.). Confermano la presenza degli Antonini, le ricerche archeologiche - condotte fin dall'inizio del ‘600, che hanno riportato alla luce numerosi busti, una statua di Venere, marmi, colonne, smalti. (Rossi G.A., 1996) Negli anni venti su questi ruderi l'architetto Brasini ha costruito per i Conti Manzoni la Villa Manzoni, visibile dalla Via Cassia in uno stato di completo abbandono.
Alcuni chilometri più a nord, sempre lungo la via Cassia, sorge il monumento funerario a Publio Vibio Mariano, curatore e preside della Sardegna e prefetto della III legione gallica. Un'erronea credenza popolare ha assegnato alla zona il toponimo di Tomba di Nerone.

L'acquedotto Traiano-Paolo, che ancora oggi porta l'Acqua Paola da Bracciano al Gianicolo, percorre il confine occidentale della Riserva in tracciato interrato.

E veniamo ai documenti ufficiali: il primo ce lo fornisce Anastasio bibliotecario nella Vita di Papa Silvestro I (314-337). In un tempo in cui le numerose basiliche costruite a Roma e nella campagna romana venivano dotate di terreni che permettessero di provvedere al loro mantenimento. Il Fundus surorum, lungo la via Clodia, figura tra i beni destinati alla Chiesa di Ostia, dedicata ai Santi Pietro, Paolo e Giovanni Battista.
Si trova una nuova citazione dell'area, come Casale Subereta, nell'anno 854, in una Bolla di papa Leone IV. Apparteneva allora al Monastero di San Lorenzo in Palatino annesso dalla Bolla alla Basilica Vaticana; in una Bolla di Leone IX del 1053 risulta ancora proprietà della Basilica di San Pietro.

Sotto Innocenzo III, (22 feb 1198-16 lug 1216), gran parte del territorio passa all'Ospedale di Santo Spirito in Sassia. Si intensificano le coltivazioni: vigne, oliveti, orti. Ci sono atti che registrano vendite di terreni, e documenti che attestano la presenza di numerosi casali. Alcune terre appartengono a Santa Maria in Trastevere, nel cui archivio si trovano documenti che attestano vendite di terreni in un luogo detto Sivreretum e Suveretum, altre a privati. Altri documenti portano le date 1290, 1373, 1429, e testimoniano sempre di terre coltivate e ricche di vigne.

Nel 1494 Carlo VIII si accampò nei pressi dell'Acqua Traversa, alla volta della conquista del Regno di Napoli.

Il primo settembre 1566 viene imposta una tassa a tutti i Casali che utilizzano la strada che passa per Santa Maria del riposo; tra questi sono interessate alcune tenute sulla via Trionfale. Il Casale dell'Inzuccherata paga una tassa per 130 rubbi di terra; All'inizio del 1600 la tenuta risulta di 165 rubbi dei quali è possibile metterne 14 a prato. Viene affittato per nove anni a tal Raffaele di Monte Lione per più di 500 scudi l'anno e questi nel primo anno ricava ben 100 scudi con il taglio della legna. Il bosco sta probabimente tornando ad ampliare i propri confini.

In epoca imprecisata un incendio dette il nome alla zona di Monte Arsiccio, già di proprietà dei Pallavicini, dei Rospigliosi e poi dei Colonna. A Monte Arsiccio aveva la sua vigna a metà del secolo XVII Fioravanti Martinelli, sacerdote romano e dotto scrittore della biblioteca vaticana. (Rossi G.A., 1996).

Nel 1877 la Ternuta dell'Insugherata passa al Comune di Roma per lo scioglimento dell'Istituto di Santo Spirito.

 

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LE SEPOLTURE

Nando Maurelli

 

Prima di parlare di sepolcri e di ritrovamenti archeologici, sarà bene parlare dei riti funerari nella Roma antica; qui, come in tutte le città sotto il suo dominio, non si poteva assolutamente seppellire né bruciare i morti all’interno del  Pomerium, ovvero il confine tracciato da un aratro col quale si delineava il perimetro cittadino. questo era sacro e non poteva essere profanato dalla presenza di morti. A Roma infatti, come in altre culture antiche e moderne, la morte era considerata come un elemento estraneo, sconosciuto e perciò inquietante, capace di contaminare persone e cose.

            Questo divieto rimase in vigore in tutti i tempi e l'ultimo a ricordarlo fu l'imperatore Teodosio nel 381 d. c. (1); la norma non solo aveva motivi religiosi, ma anche igienici; quindi i cadaveri venivano inumati o bruciati fuori della città. Le sepolture che noi vediamo sparse un po' ovunque e di tipo diverso sono di persone che in qualche modo hanno potuto permettersi un sepolcro e con questo una memoria di sé dopo la morte, più duratura nel tempo.

            La maggior parte delle persone, la povera gente e gli schiavi, venivano sepolti in fosse comuni "puticoli", o ammucchiati alla rinfusa in luoghi deputati all'uso. Fuori del pomerio, nei colli romani del Quirinale, viminale ed Esquilino c'erano, se così si può dire, i cimiteri; uno schiavo ci portava un altro schiavo morto, il povero vi portava il suo amico o il suo parente; lì intorno c'erano anche gli "ustrina", le pire dove venivano bruciati i cadaveri: bastava metterci altra legna e il funerale era fatto.

            I condannati a morte erano lasciati sul posto dell'esecuzione senza sepoltura, in preda agli animali selvatici e agli uccelli, sempre lontano dalla città lungo le strade o in prossimità di queste.

I luoghi adibiti a servizio cimiteriale dovevano essere orrendi, perché per una città popolosa come Roma, c'erano continue cremazioni e continui arrivi di cadaveri. Queste scene sono descritte da Orazio nelle Satire (2), ma il poeta accenna altresì al cambiamento di destinazione d'uso di quei luoghi, quando, al tempo di Augusto, vennero bonificati.

                        Nunc licet Esquilis habitare salubribus atque

                        aggere in aprico spatiari, quo modo tristes

                        Albis informem spectabant ossibus agrum;

                        (ora è possibile abitare il salubre Esquilino e passeggiare in un aprico bastione, dove un tempo facevano mostra di sé informi campi biancheggianti d'ossa)

Le ragioni, come si è detto, sono non soltanto di natura urbanistica, ma anche sanitaria perché i cimiteri erano fonte di avvelenamento dell'aria. L'opera di risanamento  mediante creazione di giardini sopra l'interramento toccò prima al Quirinale, poi al Viminale e all'Esquilino.

            L'ultimo atto di un rito funerario non finiva però per tutti in un cimitero comune, chi poteva permetterselo seppelliva il proprio morto in una tomba  nella quale porre le spoglie mortali in un'urna cineraria se era stato cremato, in un sarcofago a seconda delle volontà espresse; una lapide ricordava il nome e i meriti del degunto e chi lo aveva sepolto.

            Le leggi che regolavano le sepolture a Roma sono antiche e rimasero  sempre uguali; le tombe non solo dovevano essere fuori città, alla distanza di cinquecento passi, ma dovevano trovarsi a oltre sessanta passi dall'abitazione più vicina; se tuttavia il proprietario dava il suo assenso formale, allora la tomba poteva anche essere più vicina.

            I funerali che precedevano l'inumazione erano dei riti che avevano la funzione di scongiurare la contaminazione che la morte di un familiare aveva portato nella casa; questa presenza poteva contaminare altri, bisognava allora esorcizzarla. La tomba accoglieva il morto come fosse una residenza nella terra; la ragione  di ciò stava nella credenza che il luogo dei morti fosse nelle sue profondità; i vivi allora dovevano fare in modo che i morti rimanessero nella loro sede naturale e non ne uscissero. A tale fine nel caso in cui i parenti avessero deciso di bruciare il cadavere, essi dovevano tagliare al morto un dito (il mignolo) e seppellirlo, proprio per adempiere al dovere di mettere sotto terra il defunto.

            La tomba allos tesso tempo era il luogo dove i familiari venivano a trovare il morto, portare offerte e celebrare riti. I sepolcri, dunque, specie quelli meno vistosi, erano posti in luoghi riconoscibili, in maniera che non se ne perdesse facilmente la memoria.  Quelli più modesti, come le tombe a "cappuccina", si trovano tutte insieme, lungo un muro, presso un incrocio o presso un rudere. I grandi sepolcri possono trovarsi isolati perché si impongono alla vista, costituendo così di per se un monumento; si pensi alla piramide di Cestio Caio o alle grandi tombe della via Appia.

            Non di rado mi è accaduto di vedere negli anni passati lo scempio della distruzione di  cimiteri che accoglievano tombe di povera gente. In via della Stazione di Ottavia, all'altezza del numero civico 130 ho veduto portar via dalle ruspe, dopo che l'archeologo aveva fotografato,  e inventariato i miseri arredi funebri dei morti,un'intera necropoli. Altre ne ho vedute nelle aree di servizio di Selva Candida in località Palmaroletta, presso il G.R.A., dove i lavori di sterro hanno danneggiato non poco l'area archeologica di un ninfeo che ora è in stato di abbandono. Quelle che più mi hanno impressionato sono state alcune tombe trovate nei pressi di una grande villa romana rinvenuta presso il Km 61 del G.R.A. tra la corsia interna e il palazzo dell'Alitalia. Quei poveri morti rannicchiati in una breve fossa, dopo i rilievi sono finiti all'ossario, mentre l'imponente complesso della villa è stato devastato dalle ruspe per realizzare lo svincolo che dagli uffici dell'Alitalia oggi  consente a quattro impiegati di portarsi sull'anulare.

                        Anche nel quadrante Nord-Ovest ci sono tombe importanti, non così numerose come quelle dell'Appia, ma altrettanto interessanti e belle. Durante la costruzione del forte di Monte Mario, presso l'Osservatorio Astronomico, furono rinvenute le tombe dei Minuci, una nobile e prestigiosa famiglia; nel cortile della caserma Ulivelli, costruita proprio sulla via Trionfale ci sono sarcofagi decorati di ottima fattura, ma che nessuno può vedere se non con un permesso speciale del comando militare; murato nella facciata della direzione dell'ex ospedale psichiatrico S, Maria della Pietà c'è un bel sarcofago strigilato di cui non si conosce la provenienza; serviva da vasca  ed era sormontato da una testa di leone in pietra che versava acqua (di cui possediamo per fortuna una fotografia), scomparsa per opera di vandali o ladri nel 1998 ; presso il fosso dell'Insugherata sono stati trovati di recente sarcofagi in pietra di una certa importanza; in via della Stazione di Ottavia c'è la tomba degli Ottavi i cui sarcofagi farebbero bella mostra in un museo, se non giacessero nei depositi del museo Nazionale Romano o non fossero d'ornamento in una casa privata (quello di Ottavia Paolina, adorno di scene in bassorilievo molto belle. Anche nella tenuta Massara c'era un bel sarcofago strigilato che faceva mostra di sé nel giardino padronale, peccato che sia stato trafugato anch'esso.

            Il monumento più bello del nostro territorio è forse l'ipogeo degli Ottavi. Fu scoperto nel 1920 in via della Stazione di Ottavia n. 73 quando cominciarono i lavori per la costruzione di villette; nonostante antiche manomissioni, i sarcofagi e le pitture delle pareti e delle volte si sono salvati. Il sarcofago più bello, quello di Ottavia Paolina   figlia di Ottavio Felice, morta all'età di 6 anni, ha le pareti in bassorilievo con scene di gare sportive dove la bambina riporta la palma della vittoria. Nella parete di fondo dell'ipogeo la lunetta è affrescata e raffigura l'ingresso della fanciulla nell'Ade dove tutti i personaggi che le fanno scorta, gli dei e lo stesso Ermes hanno sembianze di bambini.

            La tomba risale alla seconda metà del III secolo d.C. ed è inserita in un contesto archeologico assai ricco di tombe e ville.
 
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(1) C.I.L.; XV; 7792 e 7826.

(2) Orazio; Satire; I, 8 vv. 14 e ssg.

 

 

Chiunque si serve di questo capitolo, di tutto o di una parte, è pregato di citare il sito da cui è prelevato e l'autore. Grazie.


 

LE STRADE A ROMA (1)

Le strade del Nord-Ovest

 

di Nando Maurelli

 

Le strade ieri e oggi

E' inutile dire quanto siano importanti le strade nelle grandi civiltà  del passato e in quella presente; ce ne rendiamo conto tutti i giorni specie noi che abitiamo nel quadrante Nord-Ovest della città; ma nell'antichità erano lo strumento più potente di penetrazione e di conquista di un territorio. Allora avevano una funzione strategica e militare e poi una funzione economica; ogni tracciato era studiato con cura e si adeguava alla natura del terreno, serviva paesi e città e nessuno si sarebbe mai sognato di costruire strade che non servissero come accade oggi in Italia per tante autostrade e tante complanari. Lo sviluppo dissennato delle strade è la diretta conseguenza di una scelta economica di sviluppo, quella fondata sull'automobile e sul petrolio a detrimento di una economia di pace, visto le guerre scatenate per l’accaparramento delle risorse energetiche fossili.

Per questa ragione è carente il trasporto pubblico e oggi in tutte le grandi città si soffre il disagio del traffico e si assiste al degrado ambientale; cementificazione, abbattimento di alberi, inquinamento atmosferico. In questi ultimi decenni le strade cercano di adeguarsi al crescente numero di auto in circolazione, ma il costante aumento di queste rende le prime sempre e comunque inadeguate. Sembra non esserci soluzione: La desertificazione del territorio avrebbe un po’ di tregua forse con la riconversione dell'industria automobilistica a favore di una mobilità che privilegi mezzi di trasporto pubblico e che usi energia alternativa.

 

Strade di pace e strade di guerra

  Quale sviluppo hanno privilegiato i Romani con il loro fitto reticolo di strade così solide e ben fatte tanto da resistere alla ingiuria del tempo e a quella degli uomini? Si pensi all'Appia Antica percorsa fino a poco tempo fa ancora dalle automobili come una qualsiasi strada di periferia.

  Sulle strade si sono dette molte cose, ma un fatto è certo, tutti potevano servirsi di esse e viaggiare veloci e sicuri. Viaggiatori e mercanti andavano ovunque e gli eserciti sembrava che volassero quando si trattava di raggiungere un paese in rivolta o quando si vedevano minacciati i confini. La grande macchina bellica romana aveva nelle strade un potente strumento che non lasciava al nemico il tempo di organizzarsi o di prepararsi alla guerra.

 

Le strade, per la loro funzione e per le loro caratteristiche, appartenevano a diverse categorie: viae privatae, viae vicinales, viae publicae (viae pretoriae et consulares) equivalenti alle nostre strade statali. Sono note anche viae militares, la natura delle quali non è esattamente definita, verosimilmente si tratta di strade d'interesse strategico a cura delle casse militari e così denominate soprattutto nel periodo delle operazioni di guerra.

La varietà di nomi che assumono le strade in una cultura significa che alla viabilità si dava grande importanza. Ecco alcuni tipi di vie che ci consentono di scoprire l’origine di alcune nostre parole. diverticulum, diverticolo, può essere un sentiero senza uscita; ma in genere è una strada che serve una proprie  e la collega con la via principale.

semita è un sentiero, via pedonale per eccellenza (2).

Nella economia e nella cultura pastorale, nell’antichità assai diffusa in Italia, non abbiamo strade, ma percorsi abituali frequentati da greggi e da mandrie: Callida è il sentiero della transumanza, corrispondente al tratturo.

Actus, dal verbo agere, guidare il bestiame, in origine dovette Indicare Il diritto di guidare gli animali lungo un percorso, poi il diritto di passaggio per gli animali ed infine il passaggio stesso (3). In seguito il termine indicò anche il transito di veicoli ed i giuristi lo distinsero dall'iter, semplice diritto di passaggio, per l’uomo con esclusione del bestiame e dei carri.

limes in origine significava cammino secondario nel senso che spesso costituiva una linea di demarcazione tra i terreni; si vedano per esempio i limites nella centuriazione. Trames è invece il viottolo, una via trasversale.

 

Le tecniche costruttive

Diciamo subito che la costruzione di una strada richiedeva mano d'opera numerosa e organizzata. In molti casi fu impiegato l'esercito, soprattutto quando questo si riteneva troppo in ozio in una regione pacificata (4). Sovente, è noto dalle fonti, (5) che erano reclutati, più o meno forzosamente i civili.

 

  Le strade romane erano ovunque le stesse, volte in tutte le direzioni e solidamente costruite con i medesimi criteri. A differenza di oggi erano costantemente sorvegliate e tenute efficienti (6).

Una volta tracciato il percorso, che a volte poteva ricalcare un più antico tracciato, si scavava il terreno per la profondità di due piedi (circa 60 centimetri), quindi si stabilivano le quote e le pendenze cercando la massima uniformità; di qui si procedeva alla preparazione del fondo su cui doveva poggiare il lastricato. Se il terreno era troppo cedevole, come ad esempio nelle regioni paludose, allora si procedeva ad un'opera di consolidamento che consisteva nell'infilare pali di legno nel terreno in maniera da raggiungere gli strati più consistenti sottostanti. Le grandi "tagliate" che si incontrano nelle vicinanze di Roma e un po' dappertutto, stanno ad indicare che nessun ostacolo poteva fermare la via, la quale doveva procedere possibilmente diritta e priva di accidenti, come le salite o le discese troppo ripide e le curve brusche e frequenti.

 

  L'ampiezza delle strade era variabile, le vie consolari erano larghe tre o quattro metri, (14 piedi, un piede misurava 29,4 centimetri), ma in prossimità delle città diventavano anche più larghe;  le strade secondarie erano di 8 piedi. Chi ricorda la strada romana venuta alla luce a Lucchina nel 1986, quella più recente di via della stazione di Ottavia o il tratto di Cassia, presso La Storta, scoperto nel dicembre del '98 e ancora quella di via del podere Fiume dell’estate del 2006, può rendersi conto di persona sulle dimensioni (appunto di 2,24 m. circa).

 

Scavato il letto della strada, questo veniva livellato con del pietrame, che costituiva il primo strato "stratumen"; sopra questo veniva messo calcinaccio e pietrame, il cosiddetto "rudus"; il terzo strato  era invece costituito da frammenti di coccio mescolato a calce e veniva chiamato "nucleus" ed era più spesso del secondo. Da ultimo veniva messo uno strato di terra se non si trovava brecciolino o pietrisco; era l'importanza della strada e la geologia del territorio che determinava il materiale da usare. Quando si prese ad usare basoli molte strade furono rifatte, altre, meno importanti rimasero senza lastre di pietra. Lastricare una strada in latino si diceva "sternere" e quando era lastricata si diceva "strata". Solo a partire dal II secolo però nacque nell’uso il termine strata, espressione tecnica che in un primo momento Indicò solamente la via provvista di pavimentazione.

 

  Il centro della via veniva rialzato per consentire all'acqua delle piogge di defluire. Nelle regioni montuose, dove la neve è abbondante e copre il terreno molti mesi all'anno, i Romani ponevano al centro della via, a intervalli regolari delle colonnine di pietra in maniera che il viandante non potesse smarrire la strada o uscirne.

 

I nomi delle strade e la loro cura

A proposito dei magistrati che avevano il potere di costruire strade e dare loro il proprio nome, i consoli, pretori, censori sono  state formulate ipotesi diverse: ad esempio il Ranke (7) sostiene che le strade costruite dai censori non potessero mai oltrepassare i limiti dell'ager romanus e che ogni strada che attraversasse il territorio latino, o di alleati, dovesse necessariamente essere costruita da un console, o da un pretore.

Anche il problema che definisce a chi spettasse pagare una strada è stato ampiamente dibattuto ed occupa, ad esempio, gran parte dell'opera di T.Pekàry(8). Il problema è stato anche affrontato dal Wiserman (art.cit.) per Il periodo repubblicano.

dall'esame delle fonti, risulta che tali lavori di ripavimentazione o pavimentazione, furono eseguiti da edili curuli, o da censori, o da ex questori, a spese dell'erario pubblico. un passo di Plutarco, (9) in cui si dice che Cesare Impiegò anche fondi propri per la manutenzione dell'Appia che ebbe la curatio come questore tra il 69 ed il 65 a.C.) è una prova in più che normalmente i fondi venivano dalle casse dello Stato.

La stratura viarum rimase dunque uno dei compiti dei questori fino all'età di Claudio.

Diversa era la condizione delle viae vicinales: Siculus Flaccus (inizi II secolo.d. C.) (10) da una sua testimonianza, fa pensare chiaramente che la responsabilità degli abitanti della zona attraversata dalla strada pubblica per quanto concerneva la sua riparazione, era un caso eccezionale e regola normale la pubblica spesa. Questo avveniva per tutte le strade che erano sottoposte ad una curatela pubblica, non soltanto, dunque, grandi arterie, ma anche vie secondarie, come ad esempio la via Claudia.

Si può dunque presumere con qualche certezza, che la costruzione ex novo della strada era a pubbliche spese; che per le riparazioni di grande mole, per le quali erano responsabili i questori ed i curatores, solo in taluni casi, secondo quanto attesta Il passo di Siculo Flacco, venivano imposti tributi fissi agli abitanti della zona attraversata dalla strada.

 

Le strade romane che attualmente attraversano la XIX Circoscrizione sono di una certa importanza: la Trionfale, la Cassia, la Boccea  (antica Cornelia), la braccianese Claudia. Quelle scoperte di recente ,cui abbiamo fatto cenno sopra ed altre di cui si incontrano tracce un po' ovunque e che dovevano servire ville e centri abitati sparsi nel territorio., fanno parte del reticolo viario, che serviva insediamenti abitativi e industriali

 

La manutenzione delle strade

  In città la manutenzione delle strade e la loro pulizia erano affidate agli Edili, una specie di assessori alla nettezza urbana; alle dipendenze di costoro c'erano i "IV viri viis in Urbe purgandis" (i quattro addetti alle vie per pulire la Città) che dirigevano il personale e organizzavano il servizio della manutenzione.

 

  Nel 45 a.C. la legge Julia Municipalis definiva con precisione il sistema di pulizia urbana; i quattro soprintendenti in particolare dovevano far pulire le strade pubbliche e le piazze  e portar via ogni sorta di immondizia: i rifiuti del mercato, lo sterco degli animali e qualsiasi detrito.

La curatela delle strade fu conferita nel 20 a.C. dal Senato e dal Popolo Romano ad Augusto, che si fece rappresentare a sua volta da curatores. Questi venivano scelti, per le vie maggiori che raggiungevano i confini, nell'ordine senatorio e pretorio (11), mentre per le minori nell'ordine equestre come per es. la Nomentana, la Predestina, la Labicana, la Latina e la via Ostiense.

 

In  seguito, quando sotto l'Impero, le strade della città vennero tutte basolate, soprattutto al tempo di Augusto, i responsabili dovettero aggiornare le tecniche e provvedere alla loro sistemazione quando erano in dissesto. Tale servizio rimase affidato agli Edili fin quando, sotto l'imperatore Severo Alessandro (11 03 222 - 19 03 235)  non passò alle dirette dipendenze di magistrati imperiali.

 

  Ad occuparsi delle strade d’ora in avanti saranno i "procuratores" e i mezzi per finanziare questo servizio non verranno più dall'erario, ma dal fisco imperiale. Addirittura Severo nomina un "procurator silicum viarum Sacrae Urbis" (soprintendente dei basolati delle strade della sacra città) alle dipendenze del prefetto dell'Urbe.

 

  Nel Basso Impero, quando tutti i lavori e le professioni vennero organizzate e irrigimentate per controllare meglio l'economia e la produttività, risulta che il "curator viarum" disponeva di un gran numero di "silicarii" organizzati in una corporazione  che abitavano addirittura in una caserma (castra silicariorum).

 

Le strade del Municipio 19°

Ma come stavano le cose  nel nostro Municipio nell’antichità? Prima di Augusto la città si estendeva a tutto il territorio compreso dalle mura e quello limitrofo fina ad un miglio (circa 1.473 m.) tutto intorno a partire dalla cinta muraria. Ammesso dunque che, per noi del XIX, il limite fosse sulla destra del Tevere, erano in città anche coloro che abitavano oltre le pendici di Monte Mario.

Nell'anno 7 a.C. Augusto  annesse alla città i sobborghi e quindi venne valicato il limite del miglio e venne data alla città un'altra configurazione. Nacquero le 14 Regioni. e' probabile che da allora noi si facesse parte dell'Urbe e in particolare di uno dei "continentia" (centri abitati o zone edificate), sempre che, appunto, come si presume in questa parte del suburbio ci siano stati grossi insediamenti.

Il gran numero di strade lastricate che percorrono il territorio di Roma-Nord fa presumere che ci fosse una certa densità di abitanti. La frequenza di aree sepolcrali conferma una simile ipotesi. L'imponenza di alcune tombe come quella degli Ottavi a Ottavia, della gens Minucia presso l'Osservatorio Astronomico e quelle rinvenute presso il Forte Trionfale e il gran numero di ville dalle ampie dimensioni, fanno pensare che nella XIX Municipio ci fossero importanti continentia.

Le strade romane venute alla luce nel Municipio 19 si presentano in un ottimo stato di conservazione. I circa 10-15 metri di un diverticulum basolato della Trionfale trovati sotto via della stazione di Ottavia all’altezza di via Filippini proprio a ridosso della ferrovia aveva le crepidini in ottimo stato e tutt’ora è visibile, pulita.  Aspetta una scuola che l’adotti.

L’ altro diverticolo, quello rinvenuto in via del podere Fiume, presenta numerosi rifacimenti; un segno della sua frequentazione. E’ quasi certo che dalla Cornelia raggiungesse una villa e una importante azienda agricola in località Torresina

Quella rinvenuta in località Lucchina, nel 1985, sotto l’ultimo tratto di via E. Sperani era anch’essa in un ottimo stato e  scavata in pareti di Tufo. Ora giace ricoperta per un tratto di circa 300 metri sotto uno strato di 4-5 metri di terra e chissà, forse i nostri posteri, un giorno la riporteranno alla luce, poiché l’area sovrastante è stata tutta vincolata.

Sotto l’attuale via Trionfale si trova l’antico basolato, almeno nel tratto che va dal sovrappasso di Ottavia fino al fornice del s. Filippo Neri, dove pare che la strada sia larga circa 6 metri.

Non di rado i cittadini dei quartieri dove sono venute alla luce le strade o altre preesistenze vorrebbero che venissero  salvate, tutelate e costituissero per quel territorio un monumento e un parco archeologico, che desse decoro e dignità di città alla periferia romana, da gran tempo degradante nel cemento e nell’asfalto.

 

Si conoscono altri tratti di basolato sparsi su tutto il territorio, ma in totale dissesto e non definiti nella loro direzione. Tante strade stanno a significare l’alta densità di ambiti abitativi, di luoghi di culto, di strutture industriali e aziende agricole su tutto questo quadrante della città.

Lungo un così fitto reticolo di strade dovevano essere numerose le aree cimiteriali che potevano essere importanti come quelle intorno all’Ipogeo degli Ottavi, o più modeste come quelle del Ninfeo della Lucchina, quelle del Piano di Zona Ottavia Nord o ultime ad essere state scoperte quelle lungo il basolato di via del Podere Fiume.

 

  Le strade principali di questa periferia erano curate allo stesso modo di quelle delle regioni d'Italia. Nel periodo imperiale le vie che partivano da Roma fino ai limiti della sua periferia erano considerate alla stregua di quelle tra città e città. A seconda della loro importanza si dividevano in due categorie: le più grandi venivano affidate, come s’è detto,  a "procuratores" senatoriali ovvero di dignità senatoria; le meno importanti a "procuratores" equestri ovvero ai cavalieri. Per quanto riguarda il nostro territorio sappiamo che la Cornelia, la Clodia, la Trionfale e la Cassia erano considerate di prima importanza. Il soprintendente teneva in buono stato le strade, concedeva gli appalti di manutenzione, sorvegliava i lavori e autorizzava la costruzione di case in prossimità delle vie e di allacci in fogna a chi ne avesse fatto richiesta; gli abusivi erano rigorosamente perseguiti e qualsiasi lavoro non autorizzato veniva demolito, proprio come non si è mai fatto da noi(col risultato urbanistico che tutti conosciamo).

 

  Al "procurator" spettava soprattutto il compito di rendere agibile la strada; guai, se qualcuno avesse impedito ad un altro il libero accesso e l'uso delle strade. Tale rispetto per le vie di comunicazione, piccole o grandi che fossero, consolari o sentieri di campagna, è sopravvissuto a lungo; oggi, invece, nonostante non esistano leggi abrogative, sono scomparsi tanto gli usi civici quanto i diritti di ‘passaggio e con questi le strade e i sentieri che attraversavano la Campagna Romana.

 

             Le ultime notizie riguardanti la soprintendenza delle pubbliche vie risale agli inizi del V secolo, poi non se ne sa più nulla. Per quanto ci riguarda  sappiamo che il curator della via Aurelia,  la vecchia e la nuova, della via Cornelia e della via Trionfale era lo stesso e pertanto di dignità senatoria. Da  questo secolo tutto a Roma comincia a rovinare, ma il tempo e le guerre del passato non hanno devastato il tessuto viario quanto l'incuria e l'ignoranza degli uomini; ma danni ancora maggiori sono stati arrecati al patrimonio archeologico della Campagna Romana dall'abusivismo degli ultimi 60 anni,  che per interesse a distrutto e cancellato ogni preesistenza ben sapendo il danno che avrebbe arrecato alla cultura e alla civiltà.

 

La via Clodia

Si tratta di un’arteria di collegamento con l'Etruria Meridionale interna attraverso ad Sextum (tomba di Nerone), Cariae (s. Maria di Galeria), Sabate (sul lago di Bracciano), Forum Clodii; Blera, Toscana (Tuscanica),Materno, Saturnia. Il primo tratto da Roma fino alla Storta, è comune con la Cassia; e fino a poco dopo Ponte Milvio con la Flaminia.

La Clodia è fondamentalmente considerata più antica della Cassia per le caratteristiche del suo tracciato e perché nelle iscrizioni dei curatori compare sempre prima di quest'ultima. Quanto alla data di costruzione ed al nome del suo costruttore sono state formulate diverse ipotesi. Considerando il problema in rapporto alla storia della penetrazione romana in Etruria, la costruzione della strada andrebbe posta tra il 310 a.C., inizio della conquista dell'Etruria Centrale  (operazioni intorno a Sutri) e la data di fondazione della colonia di Saturnia (183 a.C.), che segna il consolidamento in questa regione dell'Etruria, dell'egemonia romana già affermata con il trattato del 280 a. C..

La costruzione della Clodia va pertanto ragionevolmente posta nella prima metà del III sec. A. C.; quanto al costruttore i possibili nomi M. Claudius Marcellus, (console nel 287 a. C.), o C. Claudio Canina (285 a. C., oppure C. Claudius Canina (console nel 273 a. C.), o Appius Claudius Russus (console nel 268 a. C.

 

 

Cultura storica e alla civiltà.

 

La via Cassia

La Cassia era la principale arteria di comunicazione con l'Etruria centrale. Il primo tratto del percorso era comune con la Claudia e la Flaminia fino a qualche distanza da ponte Milvio, poi con la sola Clodia fino alla stazione ad Sextum, in cui la Cassia si distaccava dalla Clodia.

Dopo ad Sextum abbiamo le stazioni: ad Veios (bivio per Veio), Baccanae (valle del Baccano), Sutrium (Sutri), Vicus Matrini, Forum Cassii (s. Maria in Forcassi), Aquae Paseris (complesso termale del Bacucco), Volsinii (Bolsena), Pallia Fluvius (fiume Paglia), Clusium (Chiusi), Arretium (Arezzo); da Arezzo la strada fu in un secondo tempo prolungata lungo la vallata dell'Arno fino a Florentia e a Pisa.

La fonte più antica in nostro possesso sulla via Cassia è un noto passo di Cicerone (12), mentre  Pompeo Festo (13), afferma genericamente: Cassia via a Cassio strata. Generalmente la costruzione della Cassia è considerata posteriore al 187 a. C., anno in cui il console C. Flaminio costruì la via Bologna-Arezzo (14).

La costruzione della Cassia è stata per lo più attribuita a Cassio Longino, console nel 171 a. C., Censore nel 154 a. C. o a L. Cassio Ravilla, console nel 127 a. C., censore nel 125 a. C.; Pare tuttavia che sia da preferirsi il 154, durante la censura di C. Cassio Longino.

 

La via Cornelia

La curatela della via Cornelia era unita a quella dell'Aurelia e della via Triumphalis (15). Non è menzionata da fonti letterarie e non sappiamo da quale personaggio della Gens Cornelia abbia preso il nome.

La Cornelia doveva assicurare la comunicazione Roma-Caere.

ia Triumphalis

Era unita, come s’è detto,  nella curatela all'Aurelia e alla Cornelia. Probabilmente lasciava Roma al pons Hadrianus, attraversava Monte Mario e raggiungeva la Clodia alla Giustiniana; ma di questa ne abbiamo parlato già nel capitolo riguardante la storia del territorio di nord-ovest.

 

 

 

La via Aurelia

L’Aurelia è una strada di collegamento con il Nord, come dice Cicerone (op. cit.). Il percorso presenta tutte le caratteristiche di una via di grande comunicazione, ispirata ad esigenze militari; tale scopo è evidente perché le città etrusche quali Caere, Tarquinia, Vulci, non sono toccate dalla strada, al fine di garantire il rapido collegamento con  le colonie di frontiera.

L'Aurelia si presenta in gran parte come una via artificiale di comunicazione ad eccezione di alcuni tratti, soprattutto quello iniziale da Roma a Statua (percorso tortuoso ed adattato alle accidentalità del terreno) probabile persistenza della più antica strada Roma-Caere.

Quanto all'Aurelius che dette nome alla strada,sono state fatte ipotesi diverse: C. Aurelius Cotta censore nel 241 a. C.; il console del 200 a. C.; il console del 144 a. C., o del 119 a. C. E' indubbio che considerazioni d'ordine storico, quali la presenza di colonie fondate lungo la costa Tirrenica: CastrumNovum (290 a. C.), Cosa (273 a. C.), Alsium (247 a. C.), Pyrgi (191 a. C.), Gravisca (181 a. C.), Luna e Lucca (177 a. C.), presuppone l'esistenza buone comunicazioni già nel corso del III secolo a. C..

 

 

 

(1)       Per un approfondimento ulteriore sulle strade a Roma si consiglia L‚on Homo; Roma Imp‚riale et l'urbanisme dans l'antiquit‚; ed. Ambin Michel, Paris 1971.

(2)L’etimologia ce la dà Servius; ad Aeneidos, IV,105 o 405: “semita est semis via, unde et semita ditta est.”

(3) Pseudus. Placidus 38 L : “Actum: iter vicinale quattuor pedes latum qua iumenta agi possunt.”

(4) Come esempio viene citata la strada Arezzo-Bologna fatta costruire dal console C.Flaminio nel 187 a.C. (Livio; XXIX, 2) per non lasciare le proprie truppe nell'inazione.

(5) Vedere Cicerone, Pro Fronteio.

(6) Ecco alcune definizioni di via publica nelle fonti antiche: Plinius, p. 508,20 f. L (inizi I sec. d.C.): viae sunt... publicum iter quass publice ire comeare.

Siculus Flaccus, De condicione agrorum, Feldn.I,146,.2 ss. (inizi II sec.d.C.); nam sunt viae publicae, quae publicae moluntur et auctorum nomina optinent.

Lucian. dialog. VLIII. 8.2,21 (Inizi III sec. d.C.lt víae publicae solum publicum est, relictum ad directum certis finibus latitudinís ab eo, qui ius publicandi habuit, ut ea pu­bllce iretur cummeAretur.Xor. xY,l6,5     inizi VII Sidonius, orat.IV, 16, par.(inizi VII sec. d. C.): publica est, quae In solo publíco est, qua Iter attus populo patet.       .

(7) Una esauriente discussione su questa teoria si ha nell'articolo di T.P.Wiseman. Roman republicann road-building, in P.D.R.R. 1970. p.122 ss.

(8) Untersuchungen zu den Rómischen Reichstrasaen. Bonn 1969.

(9), vita di Cesare, c. 7.

(10) L146  L “Viarum non omnium

eademque est conditio. Nam sunt viae publicae quae publice muniuntur et auctorum nomina obtinent. Nam et curatores accipiunt et per redemptores muniuntur, et in quarunndam tutelam a possessoribus per tempora summa certa exigitur. Vicinales autem viae, de publicis quaee devertuntur in agros, et saepe longae ab alteras publicas perveniunt, aliter muniuntur, pagos, id est per magistros pagorum, quid operas a possessoribus ad eas Utendas exigere soliti sunt”.

 (11) Dione Cassio, 54, 8. 

(12) Cicerone; Philip., XII, 22: “Tres viae sunt ad Mutinam; a supero mari Flaminia, ab infero Aurelia, media Cassia.”

(13) Epit. 48.

 

 

(14) Livio XXIX, 2, 6) "C. Flaminiuus cos. Et quia abello quieta ut esset provincia effecerat, ne in otio militem habere, viam a Bonomia perduxit Arretium".

(15) CIL VI, 1511 = Desau, ILS 2934; CIL XIV 3610 = Desau, ILS 1071.


 

Chiunque si serve di questo capitolo, di tutto o di una parte, è pregato di citare il sito da cui è prelevato e l'autore. Grazie.

LE CASE NELLA ROMA ANTICA (1)

 

Il fabbisogno di abitazioni

 

            Anche nella Roma antica, non diversamente da quanto accade oggi nelle grandi  città, la casa costituiva un problema serio; la situazione alloggiativa era in una crisi costante: proprietari e affittuari erano in conflitto permanente.

            La grande città, centro di un grande impero, richiamava gente da ogni Provincia e Roma soffriva continuamente i mali del sovraffollamento. Il tessuto urbano si espandeva sempre più; al tempo di Augusto, come si vedrà parlando delle sepolture, la città dovette passare sopra vaste zone cimiteriali dopo opportuni lavori di interramento e di sopraelevazione, urbanizzando così il Viminale e il Celio.

            Le periferie andarono allora progressivamente estendendosi e poiché i Romani amavano i luoghi freschi e interessanti sotto il profilo paesaggistico, le pendici di Monte Mario e del Vaticano, come dice Orazio (vedi il capitolo sulle fonti), divennero ridenti luoghi residenziali. Con la via Cornelia e la via Trionfale ci voleva poco ad arrivarci partendo, anche a piedi, da Campo Marzio.

            Un centro politico ed economico quale era l'antica Roma doveva esercitare una grande attrattiva, non tanto per coloro che già avevano la cittadinanza romana, visti i privilegi di cui essi godevano ovunque si trovassero, quanto per gli stranieri, molti Italici e i Latini stessi che aspiravano a migliorare le proprie condizioni con l'ottenimento della cittadinanza.

            In buona sostanza due erano i problemi che assillavano il governo della città: il sovraffollamento e il regime degli affitti.

            Per quanto riguarda il primo, il Senato dovette occuparsene fin dagli inizi del II secolo a. C. A quei tempi si usavano metodi sbrigativi; quando la blanda dissuasione per sfoltire la città non arrivava a buon fine i Romani istituivano Colonie; allora, fatti i bagagli, i cittadini in soprannumero partivano in direzione di regioni da poco conquistate per fondare un nuovo insediamento. La cittadinanza romana e la distribuzione delle terre dava a tutti  grandi opportunità di rifarsi una vita e di migliorarne la qualità.

            Già nel 210 a. C., stando a quanto ci riferisce Tito Livio (1), il Senato si liberò di non poche persone indesiderate in città, quando una delegazione venne da Lentini a chiedere protezione; la richiesta fu subito accolta e furono mandati in Sicilia molti Romani in soprannumero, specie quelli indesiderati: fuggiaschi e soldati mercenari delle truppe ausiliarie che spesso davano luogo a sommosse e fomentavano il malcontento (siamo nella seconda guerra punica e Annibale è in Italia).

            Durante il II secolo, come si diceva, ci furono vere proprie epurazioni. Nel 126 e nel 122 a. C., al tempo dei Gracchi, successe la stessa cosa. Nel 95 a. C. Licinio Minucio fece uscire dalla città, con una legge speciale, non solo i Latini, ma anche gli Italici che risiedevano in città; nell'85 a. C, perfino un tribuno della plebe, che si ingegnava istituzionalmente a difendere   i diseredati, fece cacciare da Roma coloro che non avevano la cittadinanza introducendo per la prima volta decreti di espulsione.

            Sotto Augusto l'opera sollecita della polizia indusse i governanti a espellere i maghi (la ragione fu piuttosto il ripristino dell'antica religione, voluta fortemente dal sovrano, inquinata non poco dai numerosi culti stranieri introdotti  a Roma). L'imperatore Tiberio (ag. 14 - 16 mar. 37) invece se la prese con gli Ebrei e li fece cacciare dall'Urbe nel 19 e nel 28 ; Claudio (25 genn. 41 - 13 ott. 54) fece la stessa cosa nel 49.

            In genere, quando c'erano delle crisi interne o qualcosa non andava, ci voleva poco a far precipitare la situazione; bisognava allora prendersela con qualcuno ed i primi ad andarci di mezzo erano gli stranieri, che, nelle civiltà antiche, come in quelle "primitive", costituiscono sempre un elemento inquietante da esorcizzare sempre e comunque. Anche oggi il disagio sociale, come può, trova i suoi capri espiatori e, con atteggiamenti razzisti,   se la prende con gli extracomunitari; la natura di tali fenomeni, in fondo, rimane identica e se le cose non cambiano ciò dipende unicamente dalla ignoranza delle persone che, identica in antichi e moderni, produce i medesimi effetti.

            A Roma c'erano però altre questioni; il popolo,  quello più povero, viveva praticamente a spese dell'Erario o del Fisco Imperiale, e temeva di perdere privilegi e prerogative, quindi mal sopportava che altri venissero a rompere certi equilibri e la loro stabilità. I Romani erano capaci, con metodi anche violenti, e minacciando sommosse, di espellere dalla città persino gli attori che non avevano soddisfatto i loro gusti o che semplicemente non erano piaciuti.

            Ammiano Marcellino racconta (2) che nel 359 in un momento di crisi economica, la carestia infieriva a tal punto che vennero cacciati dalla città anche gli scienziati, i tecnici e i professionisti non romani, cioè anche coloro che godevano degli statuti speciali e di particolari favori in quanto l'amministrazione romana teneva nella massima considerazione il lavoro delle maestranze (3).

 

 

                                   2) La politica degli alloggi

 

            Per quanto riguarda gli affitti e la politica degli alloggi Roma era sempre in crisi; la presenza di stranieri e la necessità di case doveva far lievitare i prezzi e, per quanto se ne sa, questo doveva essere un mercato libero. Basterà narrare un episodio per illustrare la situazione. 

            Nel 48 a. C. il pretore Caelius Rufus decise di presentare una legge, piuttosto  demagogica, con la quale autorizzava gli affittuari a non pagare né gli affitti né i debiti contratti con i padroni di casa. Questi, come era da prevedere, andarono su tutte le furie, e tirarono dalla loro parte l'altro pretore, Trebonius, e cercarono di far valere i propri diritti scendendo in piazza.

            Il Senato, che era un'accolita di proprietari, prese le loro difese e ordinò al console Servilius Isauricus di cacciare il pretore Caelius. Il console dopo avergli fatto a pezzi la sedia curule, con l'aiuto dell'esercito domò la rivolta e cacciò il pretore che fuggì nel Sud dove venne ucciso dopo qualche tempo.

            La storia non finisce qui; l'anno successivo, nel 47 a. C., un altro pretore, Cornelius Dolabella, Genero di Cicerone, il senatore avvocato strenuo difensore della proprietà privata (4), ripresentò la stessa legge di Caelius; scoppiarono di nuovo tafferugli con morti e diversi incendi di case (naturalmente). Durante le elezione delle cariche pubbliche affittuari e proprietari addirittura costruivano macchine di legno per affrontarsi nelle strade e nel Foro.

            Cesare, ritornato dalle Gallie, si trovò di fronte ad una situazione grave; la risolse con una mediazione: agli affittuari venne condonato un anno di affitto se la cifra era inferiore ai 2000 sesterzi, questo valeva per i cittadini romani, mentre per gli Italici la cifra condonata era di 500 sesterzi. La questione per un po' di tempo sembrò risolta.

            Nel 41 a. C. la crisi si riaprì; scoppiarono nuovi tafferugli; morti e feriti a Roma e nelle altre città italiche non si contarono; gli incendi erano all'ordine del giorno: Questa volta intervenne Ottaviano Augusto che, fedele al proprio padre adottivo, prese la sua stessa decisione: ancora un anno di condono dei debiti.

            Gli interventi legislativi in materia di affitti furono dunque occasionali, probabilmente perché questo settore era affidato al regime di mercato libero che garantiva la "normalità", se altre ragioni di crisi sociale ed economica non intervenivano a rompere gli equilibri.

                                   3) L'urbanistica 

            La legislazione romana più che degli affitti si preoccupò degli immobili e della loro integrità. A partire dalla fine della Repubblica e per tutto l'Alto e Basso Impero. Chi possedeva beni immobili come case e palazzi, doveva assolutamente curare la loro integrità; era fatto assoluto divieto al proprietario di abbattere un immobile o parte di esso, a meno che non lo avesse ricostruito; la ragione di questo divieto non stava nella necessità di conservare il patrimonio abitativo, ma in una ragione estetica (o ambientale "ne publicys deformetur aspectus" (affinché non si modifichi o si manometta l'aspetto generale di un bene pubblico come la città) e nel Digesto si dice esplicitamente "ne ruinis urbs defornetur" (affinché non inbruttisca la città con rovine) (5). Allo stesso modo era fatto divieto di vendere il materiale ricavato dall'abbattimento, a meno che, ovviamente, non si dimostrasse che tale operazione era indispensabile.

            La legislazione insiste molto sugli affari che potevano essere fatti vendendo il materiale di risulta di una abitazione, marmi, statue, colonne, mattoni, tegole, legname e qualsiasi altro manufatto.

            Sembra che il materiale da costruzione fosse talmente caro che si sarebbe guadagnato di più ad abbattere una casa che ad affittarla. La legge quindi per salvaguardare il patrimonio immobiliare delle città e per impedire la speculazione sui materiali, vietò le demolizioni che non avevano una ragione plausibile.

            Nel caso qualcuno demolisse per ricostruire, il locatario doveva essere risarcito dell'affitto e delle somme che avrebbe ricavato dai subaffittuari. A Roma infatti il subaffitto era assai frequente, in fondo si trattava di posti-letto più che di stanze, dato che a Roma, come nella Grecia antica, la maggior parte del tempo si trascorreva fuori.

            Le costruzioni dovevano rimanere dunque integre in tutte le loro parti; anche una asportazione parziale di motivi decorativi, di colonne, ecc. era un grave reato; non si poteva speculare sul materiale di risulta di una demolizione, ovvero non si doveva demolire per speculare; le case erano un bene prezioso e il governo romano lo tutelava.

            Una legislazione in questo senso voleva anche dire che tutte le volte che un fabbricato veniva demolito, con quegli stessi materiali se ne costruiva un altro; a questo punto c'è da pensare che un edificio, per esempio, del III secolo d. C., poteva essere costituito di chissà quante parti di edifici precedentemente abbattuti, perché prima o poi una costruzione doveva pur cadere  per l'usura del tempo.

            Pensiamo a quante fontane ornamentali nel corso dei secoli e ancora oggi sono state costruite con sarcofagi, quanti muri portano decorazioni di marmi antichi, quante città come Roma sono state costruite usando tutti i materiali che erano sul posto. Gli archeologi hanno davvero un gran daffare per stabilire l'epoca di un manufatto o di un elemento architettonico; se poi gli abusivi e i ladri nascondono loro i reperti, li distruggono o li disperdono, allora a soffrirne è la storia, la conoscenza del nostro passato che invece, specie oggi, c'è particolarmente utile per riflettere meglio su questo periodo storico che viviamo.

            Roma, tanto quella repubblicana che quella imperiale, ha sempre incentivato la costruzione di case; chi costruiva era un benemerito, perché forniva alloggi; addirittura veniva data la cittadinanza romana agli stranieri che riuscivano a farsi una casa in città.

            Un altro obbligo che incombeva sui proprietari era la riparazione tempestiva dei loro immobili; lo stato aveva sistemi di controllo capillari e quando gli edifici erano in cattive condizioni, si doveva subito provvedere al loro ripristino. Si pensi invece a  quanti appartamenti oggi rimangono sfitti, proprio perché i proprietari non intendono provvedere alla loro manutenzione quando sono affittati.

            Questo obbligo aveva le sue ragioni a Roma, vuoi per la speculazione dei costruttori, vuoi per le tecniche costruttive; spesso le case crollavano (soprattutto per il sovraffollamento) e quindi bisognava sorvegliarle da vicino e imporre l'obbligo della manutenzione.

            Dal 64 al 69 Roma fu investita da una serie sconcertante di incendi che la devastarono; Vespasiano (24 dic. 69 - 23 giu. 79) allora emanò un editto per la ricostruzione delle abitazioni; se non ricostruiva il proprietario il primo affittuario poteva egli stesso rifarsi la casa e se il proprietario non voleva saperne, allora potevano addirittura essere occupate le aree; se nessuno si occupava delle aree edificabili, ci poteva pensare lo stato o la municipalità e se il proprietario avesse poi preteso la proprietà della casa, doveva pagare il costo della ricostruzione più gli interessi; se non voleva fare neanche questo, lo stato poteva disporre delle sue proprietà come voleva.

            Se un edificio era in comproprietà e un possessore non voleva pagare i restauri o i rifacimenti, allora chi aveva fatto eseguire i lavori (d'altronde obbligatori) diventava proprietario anche dell'altra parte, se entro quattro mesi non avesse ricevuto la somma dovuta più gli interessi dal comproprietario che si era rifiutato.

            Vediamo ora una legge che proibiva invece la costruzione di edifici: era vietato costruire in luogo pubblico, in un'area sacra e sulle rive dei fiumi.

            La prima legge organica sulla edificazione degli immobili venne promulgata da Augusto nei primi anni del primo secolo della nostra era e le informazioni ci vengono dal geografo greco Strabone nel quinto libro della sua Geografia. Precedentemente il Senato aveva legiferato in funzione delle necessità; aveva limitato l'altezza dei palazzi per evitare crolli e incendi, aveva proibito la costruzione di balconi sulla via pubblica perché toglievano l'aria e restringevano l'ampiezza delle vie.

            La legge Giulia sul modo di costruire in città riduceva tassativamente l'altezza degli edifici a 20,65 metri, ma solo per quegli immobili che si affacciavano sulle pubbliche strade. La speculazione però non aveva limite, e anche allora i proprietari violavano le norme e commettevano abusi andando oltre le misure previste, lasciando i muri portanti con uno spessore troppo sottile, sopraffollando gli alloggi e ricavando vani perfino nei muri maestri.

            Come già s'è detto i crolli e gli incendi erano all'ordine del giorno, ma con il famoso incendio dell'anno 64 le leggi furono rivedute e se ne promulgarono altre ancora più restrittive. Tuttavia, sotto Traiano (27 genn. 98 - 11 ag. 117), anche se il ricordo dell'incendio era vivo e si piangevano ancora le vittime, i proprietari e gli imprenditori riuscirono ad avere la meglio, tanto che le testimonianze ci parlano di edifici più alti del Campidoglio; quindi nonostante i pericoli, pare che i palazzi a Roma superassero i trenta metri. L'abusivismo continuò a dispetto delle inondazioni, terremoti e incendi che colpirono Roma intorno agli anni 70. Traiano riuscì a portare l'altezza degli edifici a 17 metri.

             Gli imperatori Marco Aurelio (7 mar. 161 - 17 mar. 180) e il suo associato Lucio Vero non ritoccarono le  leggi, ma provarono a farle rispettare e demolirono assai spesso quelle parti di immobili che superavano l'altezza consentita.

            L'altezza delle case costituì sempre un dramma, tanto che si legiferò fino al tempo di Giustiniano (1 ag. 527 -13 nov. 565) e oltre.

Durante tutto il periodo dell'Impero le leggi riguardanti i materiali edili presero una direzione precisa: quella di sostituire il legno con la pietra o con materiale che non andasse soggetto a incendi.

            Per quanto riguarda le distanze tra le case si sa che nella Roma dei primi secoli ogni casa aveva un ambitus, era cioè separata da tutte le altre; le XII Tavole prescrivevano di costruire una casa a cinque piedi di distanza dalla proprietà o dalla casa vicina (ovvero a circa un metro e mezzo). L'ambitus a poco a poco scomparve; la necessità di alloggi e la crescita del prezzo dei terreni fece sì che si costruissero le case una addosso all'altra.

            Nel II secolo a. C. l'ambitus è quasi del tutto scomparso e si costruisce allineando la facciata che dà sulla strada a quelle già esistenti, ma sui lati si costruiscono i muri a contatto con gli altri.

            Dopo il famoso incendio del 64 Nerone (13 ott. 54 - 9 giu. 68) recuperò l'ambitus e pretese che le case avessero nuovamente intorno uno spazio che le mettesse al riparo dagli incendi delle altre.

            Questo spazio vitale crebbe e con l'imperatore Zenone (febb. 474 - 9 apr. 491) nel V secolo lo spazio fra le case, l'ambitus, fu portato a 12 piedi (3,54 m.).

            Questi vietò anche la costruzione di terrazzi e balconi nel caso di strade strette. A Roma non si impediva a nessuno di edificare la propria casa o un palazzo sul proprio terreno, una volta rispettate le norme sull'altezza del fabbricato e sulla distanza dalla proprietà vicina, che prima di Zenone si aggirava intorno ai 10 piedi (2,95 m.), ognuno era libero di fare quello che voleva: Se qualcuno però costruiva là dove era stato posto un vincolo o una servitù allora la sua casa veniva abbattuta e il proprietario multato.

            Da un Regionario del IV secolo ovvero da un elenco urbanistico risulta che nella XIV Regione, quella a destra del Tevere si contavano 4405 Insulae (palazzi) più che in ogni altra Regione, ma poiché era la più estesa di tutte la sua densità era inferiore ad ogni altra, se ne calcolano 11 per ogni ettaro. Le Domus erano invece 150, quindi da annoverare tra quelle che ne avevano di più.

            La dovizia dei ritrovamenti nel XIX Municipio non deve stupirci, la città andava oltre le mura, mentre all'interno di queste crescevano i monumenti e le aree e gli edifici per i servizi, proprio il contrario di quanto è successo a Roma dall’ultimo conflitto mondiale ad oggi.

 

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(1) Tito Livio; Ab Urbe condita, XXIV, 29.

(2) Ammiano Marcellino; Storie, XXVIII, 4.

(3) Svetonio; Vita di Cesare, XLII.

(4) Cicerone; Dei Doveri, II, 23.

(5) Moses I. Finley (a cura di); La proprietà a Roma; ed. Laterza, Bari 1980, p. 84 e sgg..

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