ROMA

 

La leggenda di Roma

 

I Romani non conoscevano con precisione le origini della loro città. Una leggenda voleva che Roma fosse stata fondata da Romolo, figlio del dio della guerra Marte, e della sacerdotessa Rea Silvia. Romolo aveva un fratello gemello, Remo. Il loro prozio, Amulio, re di Alba Longa, ordinò di uccidere i due bambini per timore che essi, quando fossero cresciuti, lo cacciassero dal trono, Romolo e Remo furono deposti in riva al Tevere perché morissero. Ma una lupa li salvò e se ne prese cura. Una volta cresciuti i due fondarono la città vicino il Tevere, ma Romolo uccise Remo durante un litigio. Allora Romolo chiamò, dal suo nome, la “nuova città” Roma.

 

Dalla nascita della città alla Roma imperiale

 

Il primo stanziamento sul suolo di Roma si collega presso l’ultimo guado del Tevere a poca distanza dal mare e soprattutto dalle saline, che rifornivano le popolazioni di cui restano ancora tracce. In tutta la zona il clima era gradevole ed il suolo fertile. La popolazione del villaggio sul Palatino era costituita da agricoltori che coltivavano grano, ulivo e vite. Essi tenevano pecore dell’interno di un prodotto essenziale per la pastorizia e per le conservazioni degli alimenti.

Il colle Palatino con le sue capanne è l’insediamento più antico e bestiame nei pascoli attorno al villaggio. Gli agricoltori erano chiamati Latini e la zona da essi occupata: Lazio. Accanto al Palatino c’erano altri sei colli. Con il passare degli anni, il numero dei villaggi della zona aumentò, sorsero villaggi sull’Esquilino, sul Celio, sul Viminale, sul Capitolino, sul Quirinale, e sull’Aventino. Poi tutti i villaggi si unirono a formare una città con i sette colli all’interno delle sue mura. Questa città era destinata a diventare la grande Roma.

Con la fondazione di Roma, il 21 aprile 753 a.C. si realizza la fusione dei precedenti villaggi sparsi. Si procedette quindi all’individuazione degli spazi politici, religiosi ed economici che hanno lasciato importanti e frammentarie vestigia.

Per lo spazio politico della città venne scelta la Valle del Foro tra il Campidoglio ed il Palatino, poco adatto all’insediamento umano. A nord e sud del Foro Romano sorsero il primo Comizio e la Regia, la residenza del re.

Nel corso del VI secolo a.C. Roma era già cinta di mura e protetta da una rocca fortificata sul Campidoglio; nel secolo successivo vi entrò a far parte anche l’Aventino.

Dopo la conquista dell’Oriente greco (II e I secolo a.C.), interi “quartieri” furono creati o strutturati sugli schemi e i modelli delle città orientali, vennero adottati tipi architettonici greci e l’applicazione sistematica dell’arco e della volta consentì la realizzazione di edifici più grandi e funzionali.

Tra il 179 ed il 142 a.C. si provvede alla costruzione del primo ponte, in muratura, del Tevere, il Ponte Emilio.

Nel I secolo a.C. l’attività urbanistica ed edilizia diventa un preciso programma politico: da Silla a Pompeo a Cesare.

Fu Cesare a dare inizio ai Fori Imperiali ed al successore Augusto a portarli a termine come la Basilica Giulia, il teatro di Marcello e la Curia. Lo stesso Augusto, avendo scelto di andare ad abitare sul Palatino, trasformò il colle in una grandiosa residenza imperiale.

Dopo l’incendio del 64 d.C. Nerone trasformò il centro urbano in una villa grandiosa la Domus Aurea ed avviò la ricostruzione della città, compiuta poi con l’intensa attività di Domiziano, Vespasiano e Tito tra il 75 e l’80, innalzando il simbolo di Roma: l’Anfiteatro Flavio o Colosseo.

 

Le strade dei Romani

 

Le strade dei Romani, le “consolari”, sono considerate tra le realizzazioni più gloriose e durature di Roma Antica. Vi furono circa 100.000 chilometri di strade lastricate e sicure ed altri 150.000 chilometri di strade in terra battuta, ma sufficientemente larghe e adatte per i carri. La larghezza di ogni strada era di circa 5 metri, in modo che potessero affiancarsi, senza danno, due carri. Tutte le strade partivano da Roma da un luogo del Foro in cui era infissa una colonna di bronzo dorato su cui erano incise le varie distanze, calcolate da quel punto al limite estremo di ogni strada. Le strade erano costruite secondo un preciso criterio: uno strato più profondo (statumen) di sassi e argilla; un secondo strato (rudus) fatto di pietre, mattoni rotti, sabbia, tutti impastati con calce; un terzo strato (nucleus) di pietrisco e ghisa; una copertura (summum dorsum) di lastre levigate di pietra che combaciavano le une sulle altre appoggiate sul nucleus. Su ogni strada, su un lato, erano infisse ogni miglio, cioè 1400 metri, grandi pietre alte più di due metri, i cippi, su cui erano incisi dei dati: la distanza da quel punto a Roma; il nome di chi aveva progettato la strada; le caratteristiche della strada (se era lastricata o solo in ghiaia e in terriccio). Lungo tutte le strade esistevano a distanza di circa venti chilometri l’uno dall’altro “posti di tappa” (statium), dove si poteva cambiare o ristorare cavalli, muli, buoi e dove era possibile riparare i carri; molte anche erano, lungo le strade, le osterie, le locande, quasi tutte però pericolose, malfamate, frequentate da ladri.

Esistevano anche specie di “guide” in cui erano segnati in ogni strada i dati più importanti, come fiumi, boschi, monti, distanze, centri di ristoro. Le strade erano percorse da gente a piedi, a cavallo, su carri di ogni tipo e lungo le strade funzionava anche un efficiente sistema postale svolto a cavallo per i messaggi più urgenti. L’esercito percorreva circa 30 chilometri al giorno, mentre un messaggero a cavallo sino a duecento chilometri al giorno. Infine si deve ricordare che costruendo strade si dovette anche progettare ponti: ne furono costruiti circa duemila, di ogni tipo (in pietra, in legno ad una o più arcate, a uno o più piani) e su ogni corso d’acqua (fiume, torrente e ruscelli); molti di essi esistono ancora e sono usati.

Le più grandi, nuove, belle, riuscite opere romane furono strade, ponti, acquedotti, basiliche (spazi coperti in cui i venditori esponevano le proprie merci, o dove la gente si incontrava a discutere e trattare affari), terme (bagni pubblici e palestre), teatri, biblioteche, circhi, anfiteatri, archi e colonne trionfali, piazze e grandi tombe.

Anticamente, al forestiero che arrivava in una piccola città o in un paese non era facile informarsi dove stesse di uno di casa; a Roma era molto più complicato, tanto che i Romani saldavano al collo degli schiavi intenzionati a fuggire un collare di ferro da cui pendeva un dischetto (bulla) col nome e l’indirizzo del padrone “TENE ME ET REBOCA ME APRONIANO PALATINO AD MAPPAM AUREAM IN AVENTINO QUIA FUGI”, cioè, “prendimi e riconducimi ad Aproniano Palatino sull’Aventino, presso la mappa d’oro, perché sono fuggito”; oppure: “TENE ME QUIA FUGI REDUC ME AD FLORAM AD TONSORES”, cioè, “prendimi perché sono scappato riconducimi presso il tempio di Flora nella Via dei barbieri”. Come abbiamo notato l’indirizzo antico era sempre approssimativo, tranne nel caso che un personaggio fosse così noto che il nome della sua abitazione divenisse di per sé un indirizzo compiuto. Nelle città antiche, Roma compresa, le strade, eccezione fatta per le più importanti, le strade non avevano un nome, e venivano indicate con espressioni come “la strada che porta a …”; delle poche che avevano un nome , molte erano così lunghe che, spesso, il nome non bastava a determinare con precisione una località. A Roma, per essere il più possibile esatti , bisognava aggiungere qualche indicazione supplementare. Con espressione più o meno generica si indicava la determinata zona di un quartiere : “allo imbocco” , “nel primo tratto “, “nel centro”, della suburra; e, se la via era in salita, “nel punto più alto”, “dove la salita finisce”. Venivano utilizzati come punti di riferimento i monumenti: statue, colonne, sacrari, templi, edifici pubblici come granai, caserme, portici, ecc. ecc.; ed anche boschetti sacri (luci ) e giardini (horti). Nel censimento del 73 d.C. si contò che strade di Roma coprivano una distanza di 60.000 passi , pari a circa 85 chilometri. Solo due strade avevano il diritto al nome di Via: La Via Sacra e La Via Nova le quali attraversavano o costeggiavano il Foro.

 

Le principali strade romane in Italia

Via Appia. Costruita nel 312 a.C. si dall’antichità chiamata Regina Viarum, la regine delle strade è la più antica delle vie consolari romane. Era composta da un primo tratto Roma-Capua estesi poi sino a Beneventum (Benevento) e a Brundisium (Brindisi) passando per Tarentum (Taranto). Durante la seconda guerra civile è stata teatro di crocifissioni a danno degli schiavi di Spartaco.

Via Domitiana. Si distaccava dalla via Appia a Sinuessa (Mondragone) e finiva e Neapolis (Napoli).

Via Capua–Rhegium. Si staccava dalla via Appia a Capua proseguendo fino a Rhegium (Reggio Calabria) toccando Consentia (Cosenza) e Vibo Valentia.

Via Traiana. Collegava Beneventum con Brundisium, ma seguendo un altro tracciato rispetto alla via Appia più agevole, sempre sgombro dalla neve e dal fango anche nei mesi invernali.

Via Latina. Collegava Roma con Capua seguendo un altro tracciato rispetto alla via Appia toccando Anagnia (Anagni), Frusino (Frosinone), Casinum (Cassino).

Via Salaria. Una delle più antiche strade commerciali; partiva da Roma e finiva a Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli) sulla costa adriatica, toccando Reate (Rieti) e Asculum (Ascoli Piceno).

Via Valeria. Univa Roma a Ostia Aterni (Pescara), passando per Tibur (Tivoli) e Teate Marrucinorum (Chieti).

Via Cassia. Collegava Roma al nord sino a Pisae (Pisa), attraverso Arretium (Arezzo), Florentia (Firenze), Pistoria (Pistoia), Luca (Lucca).

Via Clodia. Univa Roma a Saturnia, nell’alto Lazio.

Via Aurelia. Era la strada litoranea verso nord: univa Roma con Vada Sabatia (Vado Ligure), passando da Pisae, Luna (Luni, presso Carrara), Genua (Genova).

Via Flaminia. Congiungeva Roma con Ariminum (Rimini), toccando Fanum Fortunae (Fano) e Pisaurum (Pesaro).

           Via Aemilia. Un proseguimento della via Flaminia, verso nord-ovest: congiungeva Ariminum con

         Placentia (Piacenza), toccando Caesena (Cesena), Forum Livi (Forlì), Bonomia (Bologna), Mutina

         (Modena), Regium Lepidum (Reggio Emilia), Parma.

Via Popillia–Annia. Altro proseguimento della via Flaminia, ma verso nord est: da Ariminum raggiungeva Ravenna, Atria (Adria), Patavium (Padova), Altinum (Altino), Aquileia, Tergeste (Trieste).

           Via Postumia. Attraversava la pianura padana collegando Genua con Aquileia, toccando

          Cremona, Verona, Vicetia (Vicenza).

 

 

 

 

 

 

 

Cloaca Massima

 

Lo spazio compreso tra il Campidoglio e il Palatino era poco adatto all’insediamento umano perché solcato da un fiumiciattolo che lo rendeva malsano e paludoso. La canalizzazione del ruscello e quindi la costruzione della Cloaca Maxima rappresentò il primo e imprescindibile passo per una occupazione stabile della valle del Velabro a valle della grande ansa del Tevere.

Presso i Romani la costruzione delle Cloache o fogne si iniziò sotto la dinastia dei Tarquini, verosimilmente secondo il metodo estrusco. Celebre è la Cloaca Maxima, dovuta nella parte più antica al re Tarquinio Prisco, ma come essa ci appare è un restauro o meglio una rifacimento del secolo IV o III a.C. Aveva origine nella depressione della Suburra, convogliando le acque che dalle fonti dei colli Capitolino e Palatino si raccoglievano nel Velabrum, e sboccava nel Tevere a occidente del tempio della Madre Matuta. Il canale stesso sussiste ancora per una lunghezza di 320 metri e ancora serve al suo scopo originario nella sua solida costruzione. E’ costruito con grossi blocchi di pietra gabina. Una volta a mezza botte interrotta a distanze di 3,50 metri da un arco di travertino, copre il canale, largo circa 6 metri. L’altezza era di 3.60 metri ma il continuo accumularsi del limo e delle macerie hanno, nonostante le ripetute espurgazioni, ridotta attualmente l’altezza a 2 metri. Ai tempi augustei, e precisamente alla edilità di Agrippa, risale la riparazione e il completamento di tutta la fognatura di Roma.

 

La casa romana

 

A Roma uno straniero notava subito che le case dei ricchi erano molto diverse da quelle dei poveri. I ricchi vivevano infatti in dimore con colonne di marmo, pavimenti e mura di cinta, che possedevano tendaggi lussuosi e mobili di bronzo e di avorio oppure di raro legno pregiato. I benestanti pagavano gli artisti perché decorassero le loro ville. Questi artisti dipingevano splendidi affreschi sulle pareti. Decoravano inoltre i pavimenti con disegni a mosaico. Anche i ricchi, comunque, non avevano vetri alle finestre, e poche cucine avevano focolari e camini. Le domus avevano un sistema di riscaldamento centrale chiamato ipocausto, cioè riscaldamento sotterraneo. Una fornace sotterranea produceva aria calda, che veniva fatta circolare tra i pilastri di sostegno del pavimento scaldando l’ambiente sovrastante. I Romani poveri vivevano in stanzucce poste al di sopra delle botteghe o i locali presi in affitto in casamenti popolari simili per struttura ai moderni palazzi condominiali. Questi casamenti erano tanto grandi che sembravano “isole” limitate dalle strade circostanti, e perciò erano chiamate insulae, ed erano formate da tre o quattro piani. Nelle insulae si distinguevano due categorie di appartamento: la prima era quella di lusso e occupava il pian terreno, essa era chiamata domus, cioè casa e per un affitto altissimo offriva ampiezza e varie comodità come servizi igienici , che erano collegati con la rete fognaria della città. In una domus aveva abitato Cesare da giovane. Per farsi un’idea di quanto costava vivere in una domus, basti pensare che al tempo di Augusto un re orientale in esilio fu costretto a cedere alcune stanze ad un pittore, perché per quanto il suo patrimonio fosse tutt’altro che esiguo, non riusciva a sostenerne la spesa. Ai piani superiori delle insulae invece, erano situati gli appartamenti della plebe. Si chiamavano cenacula (luoghi dove si cena) e avevano affitti bassi, ma comunque sempre piuttosto pesanti per il reddito di chi vi abitava. I cenacula erano costituiti in genere da due sole stanze, in una delle quali c’era anche un fornello per cucinare. Intorno alle pareti, due o tre letti in muratura con un pagliericcio: sdraiati si dormiva ma anche si mangiava, perché i Romani non usavano sedersi a tavola.

Le primitive capanne romane si trasformarono e divennero rozze abitazioni, dapprima con le pareti di fango, poi più solide ed infine luoghi ricchi con ogni comodità. Sempre nei piani superiori delle insulae, non c’era acqua corrente così non c’erano né impianti igienici, né il riscaldamento centrale. Gli inquilini usavano perciò i gabinetti pubblici o versavano i liquami dalle finestre quando era calato il buio. Il pericolo di incendio e crollo era costante, e spesso bruciavano e crollavano intere case.

La domus, a sua volta, presentava due tipologie: la domus ad atrio senza peristilio e la domus ad atrio con peristilio. La prima era essenzialmente composta di questi elementi: dalla porta di ingresso si entrava in una sala rettangolare, l’atrio, con una apertura sul soffitto che serviva od a far uscire il fumo dei fuochi accesi per gli usi più vari od a raccogliere l’acqua piovana, scarsa soprattutto nelle regioni calde, tutto intorno all’atrio vi erano le stanze da letto, le cucine, le sale da pranzo la sala di lettura, in fondo all’atrio si apriva un’altra stanza, il tablinum dove il padrone di casa trattava gli affari o scriveva, riceveva gli amici, superato il tablinum si apriva l’hortus, giardino chiuso da muri perimetrali. La seconda aveva gli stessi elementi della precedente, con un’unica variante, non esisteva più l’hortus sostituito dal peristilium, un cortile interno circondato da colonne.

Le case povere contenevano solo uno o due giacigli e uno sgabello o una sedia. Quasi tutte le donne possedevano un fuso per filare e un telaio per tessere la stoffa che serviva a fare i vestiti. D’inverno, la maggior parte delle case era riscaldata da un fuoco di carbonella acceso in un braciere, se il fuoco si spegneva, era molto difficile riaccenderlo. Dopo che i Romani ebbero trovato del buon calcare nei pressi della città, i loro piani edilizi divennero più ambiziosi gli ingegneri edili progettarono grandi acquedotti per portare acqua potabile a Roma. Due dei più importanti acquedotti furono l’Acqua Claudia e l’Acqua Marcia. Il primo era lungo 69 chilometri: nella zona collinare l’acqua correva attraverso canali sotterranei lunghi 55 km, nella pianura invece, correva fino alla città in canali posti in cima a larghe arcate. Per realizzare grandi soggetti edilizi di Roma ci voleva un grandissimo numero di operai questa forza di lavoro era costituita quasi interamente da schiavi, per lo più uomini catturati durante qualche guerra. Alcuni di questi avevano una buona cultura, e diventavano perciò tecnici importanti nelle operazioni di costruzione, questi schiavi erano anche responsabili della riparazione dei guasti degli acquedotti e dell’installazione delle tubature che portavano l’acqua alle case private. Per sistemare i grandi blocchi di pietra, i costruttori usavano gru e puleggi. Per squadrare i blocchi e per far funzionare le macchine edilizie, i costruttori impiegavano gruppi di schiavi. Gli ingegneri romani appresero l’uso delle gru e delle pulegge dai greci.

 

 

 

 

1 Scala d’accesso a una camera da letto. Le camere da letto erano in genere piccole ed avevano poco mobilio.

2 Porta d’accesso ad un'altra camera da letto.

3 L’atrio, cioè praticamente il soggiorno. L’atrio aveva una apertura nel soffitto, e una piccola vasca incassata nel pavimento.

4. Porta d’accesso ad una terza camera da letto.

5. Peristilio, passaggio coperto attorno ad un cortile aperto.

6. Larario, tempietto degli dei della casa (Lari)

7. Cortile del peristilio, bordato di aiuole e arboscelli.

8. Triclinio cioè stanza da pranzo. Il triclinio era piccolo e vi erano tre o quattro divani su cui stavano distesi i commensali con poco spazio libero per gli schiavi addetti al loro servizio.

9. La cucina

10. Tablino

11 Stanza da letto

12 Stanza da letto

13 Bottega.

14 Nel corridoio di ingresso sul pavimento vi era un mosaico raffigurante un cane e la scritta Cave canem.

15 stanza superiore destinata a vari usi.

 

 

Costruzione dell’acquedotto

 

Bibliografia

Staccioli R. A. Roma come era e come è. Roma, 2001

Grande Dizionario Enciclopedico UTET (voci varie)

Enciclopedia Il Lazio, paese per paese. Bonechi Editore

Cartiglia Carlo, Il nostro passato 1. Loescher Editore

Vallardi A. I romani

Falcone A. Strade, case e indirizzi

Brancati A. Civiltà a confronto 2. Editore La Nuova Italia

Calvani V. Giardina A. I tempi dell’uomo 1. Ed. Mondadori

 

 

 

www.itiscannizzaro.net/.../roma2lst2.htm

Alunni:

 

 

Roberti Marco

 

Ronzoni Martina

Santucci Simone

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